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Economia | giovedì 08 febbraio 2018, 13:06

Equo compenso: le osservazioni di uno dei nostri lettori

Foto generica

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Gentilissmo Direttore,

come altri liberi professionisti ho avuto modo di partecipare al convegno sulla nuova norma di legge in materia di equo compenso che si è tenuto presso il Teatro Toselli di Cuneo lo scorso venerdì (2 febbraio).

Che a tutti i professionisti debba spettare un giusto compenso per le attività professionali da Loro svolte credo sia qualcosa su cui nessuno possa obiettare. Ma francamente nutro qualche dubbio su come la norma affronta e intende regolare la questione. Per questo, anche come osservatore politico, vorrei portare alcune riflessioni personali con la speranza di dare un contributo al dibattito sul tema. Nel contempo mi permetto di consigliare ai nostri attuali e futuri rappresentanti politici di ascoltare gli addetti ai lavori che sono nel mondo delle professioni.

Molte volte le norme riferite al nostro ordinamento sono inadeguate poiché manca l’umiltà di confrontarsi con chi nel settore ci lavora. In primo luogo trovo paradossale che serva una legge per stabilire che un professionista debba essere pagato per svolgere il proprio mestiere: la norma sull’equo compenso deve essere assolutamente perfezionata, con la reintroduzione delle tariffe e dei compensi minimi professionali, compensi che sono stati eliminati nel 2006 dall’allora Ministro Bersani. Il risultato ottenuto è una concorrenza sleale, un danno della qualità del lavoro e un mancato controllo degli ordini professionali, il tutto a scapito dei cittadini e dei consumatori, con l’aggravante di dover rispettare gli studi di settore.

Così come l'introduzione del D.L.83/2015, Legge sulla riorganizzazione delle procedure fallimentari e sull’ amministrazione giudiziaria, il (Governo RENZI – Partito Democratico), ha stabilito il seguente comma: “Il compenso dell’esperto o dello stimatore nominato dal giudice o dall’ufficiale giudiziario è calcolato sulla base del prezzo ricavato dalla vendita. Prima della vendita non possono essere liquidati acconti in misura superiore al cinquanta per cento del compenso calcolato sulla base del valore di stima.”

A mio avviso è una norma anticostituzionale, che tutela solo le banche, a scapito dei professionisti. Sarebbe consono fissare un compenso minimo, (per es. 1.000 euro) per lo svolgimento di una perizia, in materia di consulente per il giudice. Lo stesso dicasi per gli incarichi delle Pubbliche Amministrazioni: ad oggi i Comuni per affidare un incarico considerano come parametro “la miglior offerta economica” e cioè la minor spesa, sempre a scapito della qualità del lavoro.

In ultimo, l'Onorevole Gribaudo ha ricordato come il Partito Democratico intenda introdurre a favore dei professionisti e alle partite I.V.A. 80 euro di deduzione sull’ I.R.P.E.F., che mi pare un provvedimento insensato, da professionista vorrei invece poter dedurre in misura dell’80% i costi sostenuti per l’espletamento della mia attività professionale, in modo che il provvedimento  possa essere strettamente collegato all'attività effettivamente svolta.

In conclusione una nota triste, che dovrebbe far riflettere molto sull'attuale situazione: oggi sono sempre più numerosi i professionisti che sono obbligati a ricorrere a prestiti  bancari per poter pagare le proprie imposte e le rispettive casse di previdenza!

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