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Vigevano | sabato 14 luglio 2018, 11:04

Il grande Ticino di Cesare Angelini da Pavia - di Giuseppe Casarini

Il grande Ticino di Cesare Angelini da Pavia - di Giuseppe Casarini

Difficile dire quanti siano i riferimenti e  le citazioni negli  scritti letterari e nella corrispondenza epistolare con gli amici  di Cesare Angelini, sacerdote, poeta, critico, letterato, al fiume  Ticino. La presente è solo una nota esplorativa con le prime e immediate spigolature.

Parlando di Pavia scrisse:” A Pavia, la luce trova il suo condensatore o cassa di risonanza nella presenza del fiume. Privilegio delle città che nascono e crescono lungo le acque è quello di rispondere al richiamo della luce; e il Ticino, che è il primo ad accendersi e l’ultimo a spegnersi, si beve da millenni tutte le nostre aurore e i nostri tramonti. Un giorno, se mi prenderà l’estro, vorrò farci su qualche componimento poetico.” Non risulta che poi lo abbia fatto a differenza di quella  bella pagina dal sapore decisamente poetico scritta sull’Adda in uno dei tanti suoi  magistrali commenti ai Promessi Sposi dell’amato Manzoni. Sul Ticino allora sono i suoi  riferimenti asettici e “anonimi” ? Per nulla come vedremo anche se alcuno, non si sa perché,  è giunto a dire che Monsignor Angelini non amasse il Ticino. Dubbi in tal senso parrebbero sorgere ad una lettura frettolosa della lettera scritta  il 12 gennaio 1923 a Giuseppe Prezzolini:” Non ha voglia, Signor Prezzolini di spingersi sino a Pavia? Con alcune dolci lentezze provinciali, l’aspettano basiliche stupende con gallerie che salgono ad archetti  interzati come le rime di Dante verso Il Paradiso.

E ci sarebbe il caso, entrando da Porta Santa Giustina, di imbattersi in Petrarca, ospite dei Visconti e un poco invecchiato, caracolla s’un cavallo candido più che neve per consolarsi di Laura salita da un poco in Paradiso. E poi c’è il Ticino…tutto un compasso insomma.” Di fatto il Ticino è lasciato per ultimo come una appendice ma non è cosi: qui prevale lo spirito del critico letterario tenuto conto del dotto interlocutore. Ticino che sarà però reso vivido negli anni della tarda età in quella intervista impossibile:”La confidenza dei pavesi col fiume è raccontata dai cronisti di ogni tempo, cui s’aggiungono le testimonianze dei pittori. Insomma, una città di barcaioli e pescatori, mentre sull’altra riva del Ticino le lavandaie del Borgo, sbattendo alle-gramente camicie e lenzuola, aiutavano il folclore” .

Ha voluto essere sepolto a Torre d’Isola paese a lui caro per i tanti ricordi ed affetti familiari  e di cui scrisse a suo tempo come nacque (Dal giornale cattolico “Il Ticino” del 26 luglio 1969): “ La prima notizia di Torre d’Isola, che ce ne racconta la nascita e spiega il nome «fluviale», risale al Mille o giù di lì; quando la Lombardia era sotto il dominio di Re Ottone e della Regina Adelaide, che risiedevano in Pavia. Pare una favola tant’è bella. Dice che ogni notte, partendo dal ponte, solcava le acque del Ticino una barchetta guidata da un lume e, dopo alcuni chilometri, approdava a una piccola isola poco lontana dalla sponda. Vi calava una donna che si raccoglieva nel bosco, rimanendovi fin verso il mattino quando tutto spariva, il lume e la barca.”Ora, vuoi per caso o per amorevole destino,  poiché  Torre d’Isola si trova nel Pavese occidentale e si estende lungo la riva del  Ticino piace immaginare che il fiume poco distante dal luogo dove riposa Don Cesare,  con il suo continuo lento scorrer mormorio, voglia cullare il suo eterno sonno. Nel narrare dei giorni del Foscolo a Pavia il Ticino è nominato di fretta quasi distrattamente:” E al Ticino, al non ancora «varcato» Ticino, giunse da Milano, in legno, la sera del 1° dicembre, ch’era un giovedì…” E poi riferendosi sempre al Foscolo:” Intanto Pavia riempie le sue lettere, anche se guardata con un senso di disagio.

All’Arrivabene, il 21 ottobre dà notizia d’una rapida corsa che vi ha fatto: «Sono andato a Pavia ad apparecchiarmi la prigione e ad onorarla». Al Pindemonte: «Io andrò a Pavia all’apertura dell’anno scolastico, non prima». Al Brunetti: «Non penso a Pavia senza vedere nell’Università mille accusatori giusti contro di me, senza udire mille maligni esagerati. Ma, caschi il cielo ad opprimermi, non verrà dicembre senza ch’io non mi trovi a Pavia». Al Monti: «Io vo dì e notte pensando come provvedere alla mia traslocazione in Pavia». Al Giovio: «Al conte Giulio scriverò quel giorno ch’io moverò verso il Ticino». E qui è invece il Foscolo a nominare con un certo senso di disagio il Ticino. Con nostalgia e pare anche con un certo senso di rimpianto per i tempi passati riappare il nome del Ticino assieme a caratteristici personaggi nel Diario del Novecento a cura di Luciano Simonelli:” Ma i rimpianti di Cesare Angelini scompaiono al ricordo di alcuni personaggi caratteristici della Pavia di un tempo e sta parlando di loro quando arriviamo in piazza Borromeo:” C’era il professor Balanzone. D’estate portava il cappotto come d’inverno e andava sempre in giro a raccogliere giornali…poi il professor Peo che sul ponte del Ticino vendeva i “brassadè”, dei dolci…”

In “Conoscere la provincia”-Panorama del Pavese il suo scrivere  è un inno d’amore per Pavia  e indirettamente per il suo fiume:” Poniamo, questa mia provincia, che sulla carta geografica della Lombardia presenta la forma stravagante d’un triangolo con la base in su e il pizzo in giù; con una capitale che non invecchia perché antica (antica capitale di regni) e un contado così prosperoso di vita e di opere tutte al vento e al sole, che ogni giorno qualcuno rinnova il gusto d’esserci nato contadino. Ma smorziamo ogni tentazione di lirismo, e parliamo  con calma di questa provincia che, fatta di sindaci e parroci e d’un mezzo milione di anime, è naturalmente quella di Pavia.  calma di questa provincia che, fatta di sindaci e parroci e d’un mezzo milione di anime, è naturalmente quella di Pavia La quale, come la Gallia di Cesare, divisa est in partes tres. Quarum unam…, anzi due — il Pavese propriamente detto e la Lomellina — sono le parti soprane del triangolo; la terza o parte sottana, è l’Oltrepò. Maravigliosa provincia che, al nord, scappa verso i fiumi — il Ticino e il Po — con la sua pianura di praterie, di boschi, di marcite, di risaie e rogge e nebbie basse; e, al sud, sale coi festanti filari dei suoi vigneti verso i dorsi dell’Appennino.. Al capoluogo, Pavia, basti aver accennato. Descriverlo, il discorso sarebbe trattenuto nella soggezione delle Guide vecchie e nuove, a cui ben poco c’è da aggiungere, o nulla; fuorché l’ammirazione per la città regale che intreccia il superbo capriccio delle sue torri medievali alla sapienza delle basiliche e alla maestà bonaria del suo fiume nel momento più bello. E par sempre una memoria poetica la notizia che il paese di Bereguardo sul Ticino ospitò nel suo castello un pittorone come Filippo Brunelleschi, chiamatovi da Firenze per certi restauri.”

Anche nella “Lombardia di Carlo Cattaneo” dove “… assistiamo alla nascita di questa nostra terra che, collocandosi tra il Piemonte e la Venezia sorte per opera d’altre eruzioni, entra, sotto il sublime arco delle Alpi, nel panorama settentrionale, «quasi adempiendo un disegno unitario della natura». Così, tra il Verbano e il Ticino da una parte, il Benaco e il Mincio dall’altra, corsa da giovani fiumi e dal poderoso Po che la lega all’Adriatico, sparsa di laghi che ne specchiano la bellezza, ricca di mirabili attitudini d’aria e di cielo, la Lombardia, che ancora non si chiamava così, preparava il destino agricolo del popolo che doveva abitarla. «Poiché in ogni parte del globo giacciono predisposti gli elementi di qualche grande compagine che attende solo il soffio dell’intelligenza nazionale” il Ticino “ giovane fiume”  da il suo contributo gioioso alla nascita di “questa nostra terra”!

Chiudiamo questa nota riportando quando scrive nel suo “Andar per chiese” :” Visita San Lanfranco. È la basìlica più visitata dai forestieri, anche per il posto poetico dove sorge: sul Ticino, fra campi e alberi e balli campestri…..La facciata, come la massiccia torre quadrata che le sorge a fianco, è del secolo XIII

e, divisa in tre campate verticali, è sparsa di tazze o scodelle iridate che riflettono il

sole quando tramonta nei boschi del fiume. Ma tutta la facciata ha indelebilmente

sopra di sé i colori bruciati dei tramonti” Non si respira forse  in queste poche righe aria di poesia?

Giuseppe Casarini

Articolo in collaborazione con www.ticinonotizie.it

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