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Oggi al cinema | giovedì 19 luglio 2018, 12:02

La recensione: Skyscraper

The Rock sfida la gravità e vola a Hong Kong per saltare da una gru a un grattacielo in fiamme. Regia di Rawson Marshall Thurber

“Voi americani siete tutti uguali, ma questa volta John Wayne non cavalcherà verso il tramonto con Grace Kelly”. Momento di silenzio, Bruce Willis carica la battuta ad effetto e risponde ad Alan Rickman: “Era Gary Cooper!”. La cultura europea si scontrava con quella americana e nasceva un mito, quello di Trappola di cristallo, il primo film della fortunata serie di Die Hard.

Oggi tra le tante imitazioni, la storia di John McTiernan può “vantare” una versione con Dwayne “The Rock” Johnson, il re degli action movie del nuovo millennio, che sa trasformarsi dalla fatina de L’acchiappadenti al bagnino di Baywatch. Il trucco è non prendersi troppo sul serio, cavalcare l’onda del successo e sviluppare una profonda empatia col pubblico. The Rock ormai è una certezza per le grandi produzioni, perchè attira le persone al cinema con il suo immenso bicipite. In Skyscraper vola fino ad Hong Kong per risolvere una situazione catastrofica, per fermare un gruppo di terroristi che mette a ferro e fuoco un grattacielo di duecentoventi piani.

 

La sfida si fa ancora più complicata quando il protagonista perde una gamba, e deve arrangiarsi con una protesi e tanto nastro adesivo. Rambo appartiene ormai al passato, e il suo farsi la barba con un coltello da venti centimetri specchiandosi in un lago, sembra un gioco da ragazzi. Adesso è The Rock il nuovo eroe americano, il simbolo di un Paese che con i suoi alti e bassi resta sempre il più forte del mondo. A ogni caduta bisogna rialzarsi, metterci tanto olio di gomito, e tornare a essere più duri, sembra suggerirci il regista Rawson Marshall Thurber, lo stesso di Palle al balzo – Dodgeball per intenderci.

L’enfasi si mescola con la retorica, e l’apocalisse prende forma, ma senza la carica innovativa di Trappola di cristallo, che giocando con i generi gettava le basi per un cinema postmoderno, fatto di action, thriller e melodramma. Andando più indietro, le fiamme avevano anche segnato la fortuna de L’ inferno di cristallo, il classico con Paul Newman e Steve McQueen diretto da John Guillermin, che facevano a gara per essere i migliori sulla piazza. Ma qui l’unica star interpreta un palestratissimo esperto di sistemi di sicurezza, ex membro dell’esercito con un passato turbolento. E dopo averlo visto saltare nel vuoto da un’enorme gru, con tanto di forze speciali al seguito, qualsiasi tipo di coinvolgimento diventa superfluo.

Recensione tratta dal cinematografo.it

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