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Attualità | 23 luglio 2018, 09:55

Il principe

Diciassette anni fa moriva Indro Montanelli. Il ricordo di Emanuele Torreggiani

Il principe

Supino, si allungò la coperta sulle spalle, chinò il capo, nella composta misura di un passero, e affondò nel guanciale. Diciassette anni fa, in un luglio limpido e ciclico quale l’odierno, moriva il principe dei giornalisti italiani: Indro Montanelli. Si rischiò di perderlo quando al finire dell’inverno del ‘45 fu catturato dai tedeschi, incarcerato a San Vittore e condannato a morte. Lo salvò la sua mamma che si rivolse al Cardinale Ildefonso Schuster, grandissima anima benedettina, che si adoperò, presso l’alto comando tedesco, per lui ed altri mille e mille in quei cupi mesi. Riapprodò al Corriere della Sera senza far mostra di coccarda. Condivideva la scrivania con Dino Buzzati, taciturno amico fraterno che aveva partorito, nell’indifferenza, Il deserto dei tartari, capolavoro verticale della professione giornalistica: l’attesa della notizia. Fu bollato, nella volgarità della tifoseria politica, speculare alla calcistica, come fascista. Che in Italia è la madre di tutti crimini sia accaduti che non ancor desti. Spallucciava con l’indifferenza sovrana dell’airone ai tafani da stagno. Scrisse la storia d’Italia in volumi a dispensa attirandosi l’ira degli storici d’accademia che lesinavano il lesso, mentre lui ci guadagnava diritti per milioni. Ma, soprattutto, non assecondò il giogo del progressismo un tanto a stipendio, costume dell’intellettuale italiano asservito alla baronia di turno.

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E quando, mentre nel resto d’Europa, il sessantottismo confluiva nel nuovo cinema e in una nuova forma letteraria, in penisola ci si dedicava allo sciopero selvaggio, alla conflittualità radicalizzata, al terrorismo, Indro Montanelli abbandonò il Corriere che, anziché esercitare il criticismo, ch’è sostanza di dovere e potere, di ogni giornalismo s’accodava a capron megafono. Nacque Il Giornale, anno domini 1974. Molti non ricorderanno, o non sanno, dei giornalai che rifiutavano di distribuire la testata. Delle angherie minime, ma per un liceale massime, di professori e compagni di classe (per dire) che deridevano sino all’insolenza perché lettori del giornale e delle sue montanellate. Ho un ricordo nitido di questi asini da cattedra senza pedana. Gli spararono pure le brigate rosse, e anche lì non ne fece martirio, spezzandogli le gambe da cui serbò una lieve zoppia che espresse al meglio con un bastone di canna di spagna alla Balzac. Tre nomi: Raymond Aron, Jorge Luis Borges, Antony Burgess; scrivevano abitualmente per Il Giornale. Furono anni fecondi, dal giornale non si facevano sconti né alla vulgata comunisteggiante in odore di sacrestia né all’incensamento bonario sul terrorismo. I lettori del Giornale erano odiati dai democristiani, dai socialisti, dai comunisti e dai missini ad alternanza. Anni bellissimi. Naturalmente la Rai, il servizio pubblico, il canone, la par condicio e tutte ste bazzecolate qui, ben si guardò dall’aprire una telecamera sulla testata che macinava giornalismo come mai altre volte nella storia di questa penisola e mai più. Quando arrivò Berlusconi che volle fare il padrone, Montanelli che accettava come Padrone solo il lettore, se n’andò e fondò La Voce che durò una mezza stagione anche perché il padrone aveva fatto sapere in giro che lui era il padrone e in Italia andare contro il padrone, un padrone purchessia, è roba da tragedia in un Paese da commedia dell’arte in cui il servo serve due padroni. Fu pregato da Cesare Romiti e da Paolo Mieli di rientrare al Corriere e lì, con la sua pagina fissa, La stanza di Montanelli, scrisse sino al giorno dopo. La pagina era già bell’e pronta.

Tra i tanti testi, tutti di innegabile valore, spiccano Gli Incontri in cui con la sua cifra linguistica tratteggia i personaggi di rilievo, ritratti a punta secca comparabili a Durer: lingua dantesca con la plastica del Boccaccio e l’angostura dell’Angiolieri; La sublime pazzia della rivolta, di quand’egli era a Budapest nel 1956, nei giorni dell’insurrezione popolare schiacciata dai carri armati sovietici, lui era là e qui trapassò la vulgata di una controrivoluzione fascista, (siamo alle solite Calimero, brutto sgorbio nero, ava come ava, a mano e in lavatrice). Grandissimo. Autentico maestro. Presente. Diciassette anni fa Indro Montanelli. L’Italia è più povera, e lo si legge.

Emanuele Torreggiani

Editoriale in collaborazione con www.ticinonotizie.it

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