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Oggi al cinema | giovedì 10 gennaio 2019, 13:06

La recensione: Benvenuti a Marwen

Robert Zemeckis ci porta nella doppia vita di Mark Hogancamp. Per ragionare ancora una volta sulla fusione tra realtà e immaginazione, tra perdita e recupero. Con Steve Carell nuovo Forrest Gump

La recensione: Benvenuti a Marwen

C’è sempre un filo – più o meno sottile – a legare i numerosi titoli della filmografia di Robert Zemeckis. Il più evidente, quello più facilmente riconoscibile anche a discrete distanze, è il filo della sperimentazione, della continua e ossessiva ricerca che possa fondere, un giorno chissà definitivamente, realtà e immaginazione.

L’altro filo, magari più impercettibile e trasparente, è quello su cui restava in equilibrio Philippe Petit, il celebre funambolo al centro del suo ultimo film tratto da una storia vera, lo splendido The Walk, del 2015. È il filo che lega personaggi insoliti, “diversi” – su tutti, Forrest Gump – a loro modo straordinari, che il regista di Ritorno al futuro e Chi ha incastrato Roger Rabbit? non ha mai smesso di raccontare.

Dalla vicenda della camminata nel vuoto di Petit tra le due Twin Towers, ambientata nella metà degli anni ’70, alla storia (anche questa vera) di Mark Hogancamp, il passo è allora molto più breve di quanto possa sembrare. A trasportarci da una all’altra, simbolicamente, un camion per traslochi sullo sfondo con la scritta ALLIED (il precedente, dimenticabile film di Zemeckis), sulla fiancata del rimorchio.

Già raccontata nel 2010 dal doc di Jeff Malmberg, Marwencol, il villaggio delle bambole, la storia di Hogancamp – l’altra storia, quella della sua seconda vita – incomincia nove giorni dopo la brutale aggressione che lo riduce in coma. Risvegliatosi, senza memoria e con seri problemi motori, Mark prova a ritornare poco a poco alla vita.

Ma è un percorso a dir poco tortuoso: l’assenza di memoria lo aiuta a non riattaccarsi alla bottiglia, ma la nuova dipendenza da antidolorifici lo relega in un una nuova prigionia. L’unica possibilità di evasione è Marwencol (dalla fusione fra il suo nome, Mark, e quelli di due cotte giovanili, Wendy e Colleen), ricostruzione in miniatura di un fittizio villaggio belga popolato da action figures e bambole femminili durante la seconda guerra mondiale dove vive il suo alter ego, il capitano Hogie, pilota americano tratto in salvo dalle abitanti di quel luogo dalla furia dei soldati nazisti.

In bilico su un filo, l’esistenza di Hogancamp procede dunque parallela, tormentata dagli incubi che lo riportano alla sera di quell’aggressione (motivata, sembrerebbe, dalla sua passione per le scarpe femminili) e rinfrancata, per certi versi, dalle gesta del suo alter ego in miniatura. Gesta e situazioni immortalate da una serie di fotografie realizzate dallo stesso Mark, divenute poi oggetto di una mostra all’Esopus Space di Manhattan.

Zemeckis, in sostanza, fa quello che gli riesce meglio: si affida a Steve Carell per il doppio ruolo dell’Hogancamp reale e della sua trasposizione action figure e prova a catturare questa “doppia” esistenza senza soluzione di continuità, alternando live action e performance capture.

Si concede – come ovvio – qualche libertà narrativa di troppo (la più “strumentale” quella relativa al personaggio di Nicole, interpretato da Leslie Mann) e qualche pistolotto sull’alcool francamente inappropriato (alludendo in maniera eccessiva al fatto che se Hogancamp non fosse stato ubriaco magari non sarebbe stato pestato), guarda al suo cinema con il solito sguardo divertito e nostalgico (con tanto di modellino di DeLorean sfrecciante e sgommata di fuoco come chiaro tributo a Back to the Future) e al cinema tutto quale rifugio dove qualsiasi fantasia può trovare il salvifico sfogo da una realtà fatta di dolore e paure.

Un fedele alleato (allied…), insomma, come per Hogancamp lo sono state le varie donne che hanno popolato la sua riabilitazione – perfettamente riprodotte in scala nel villaggio di Marwen – con cui continuare a costruire realtà e immagini in grado di sovvertire il destino, e salvare in qualche modo il mondo.

Recensione tratta dal cinematografo.it

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