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Sport | 22 gennaio 2019, 13:03

Da re Federer a Tsitsipas, l’Idea non muore (come il tennis) – di Teo Parini

Da re Federer a Tsitsipas, l’Idea non muore (come il tennis) – di Teo Parini

Quarto turno, edizione 2001 dei Championships. Olimpo, dunque. Da una parte il più forte erbivoro dell’Era Open, Pete Sampras, dall’altra quello che sarà il più forte tout court. Il primo, di Wimbledon, ne ha vinti 7 in 8 anni, spesso con un’imbarazzante facilità. Di inelegante ha solo una camminata che più di un tennista lo fa sembrare Pippo, l’amico pasticcione di Topolino, ciondola. Il resto è devastante e anche parecchio sublime alla vista. Lo chiamano Pistol e non è necessario spiegarne il motivo; servizio e diritto sono hors catégorie, tipo Tour de France, e domarli una scalata quasi impossibile. Batterlo è l’Alpe d’Huez del tennis, quindi gloria per pochi.

Quell’altro, all’epoca, è solo un prospetto dell’archetipo di campione che, rigorosamente uno per generazione, gli dei del tennis spediscono sulla Terra, parafrasando Jannacci, per vedere l’effetto che fa. Armonia applicata al tennis, talento indescrivibile e fierissima testa di cazzo, Roger Federer nel 2001 è ancora tutto e niente ma all’appuntamento con la storia, spaccato fisico e temporale in cui i treni passano una volta sola, ci arriva da primo della classe. Come se tutti i tasselli di un puzzle buttati fin lì alla rinfusa trovassero in un giorno gli incastri perfetti inseguiti per anni. Tipico dei marziani.

Roger, quel pomeriggio benedetto, ingaggia con il suo predecessore una battaglia leggendaria sul playground dove tutto ha più senso, in quella che resterà a lungo la partita con la maggior quantità di competenza tecnica ammirata in contemporanea. Presente in estinzione contro l’arrembante futuro. Lo svizzero vince. Un Re è morto, quasi perché lascerà ancora il segno prima del commiato; un Re è nato. Il testimone passa così di mano e il tennis dei depositari del verbo è salvo, nonostante l’ascesa del gioco percentuale propinato da arrotini, maniscalchi e maratoneti sia sempre più una spina nel fianco per chi non si rassegna all’inaridimento dell’arte magnifica che fu di Bill Tilden. Sampras può così godersi la meritata pensione con la consapevolzza che il suo lavoro non sarebbe andato perso. Vai ragazzo – deve aver pensato – pensaci tu a loro (noi).

Quarto turno, edizione 2019 dell’Happy Slam. Federer, nel mentre un felice papà di due coppie di gemelli con venti Major in bacheca e una certa stempiatura in luogo dell’osceno codino tardo adolescenziale, a Melbourne non perde da 17 incontri, quindi due anni e un pezzo. Gli anni sul groppone sono ormai quasi 38 e la palla esce dalle sue corde con una velocità lontana da quella dei vent’anni. Normale. Ogni altra cosa pero è rimasta pressoché immutata, talvolta persino evoluta, ma ha una vita inferiore, più breve: si esaurisce prima. Il che ha costretto l’uomo che ha reso Chronos impotente ad accelerare ancor di più i tempi di azione già maledettamente stretti del suo gioco, al punto da avvicinare un tennis abbacinante, il suo, al ping pong su larghe superfici, che sta stretto alla fisica ma assai bene al palato. Il principio risiede nel motto per il quale, se non puoi colpire più forte del tuo rivale, colpisci prima. E pertanto, 18 anni dopo, il Maestro ladro di attimi, con l’antidoto di eterna giovinezza in saccoccia, è ancora qui in battaglia che dispensa tennis, irripetibile nella forma ma comprensibilmente meno vincente. Ma è qui a vendere cara la pelle, come un ragazzino.

Al di là del net, per l’occasione, c’è un tipo bizzarro, è maggiorenne da una ventina di mesi, viene dalla Grecia e possiede peculiarità che ricordano proprio il suo luminescente avversario. Capello incolto, t-shirt svolazzante, occhio vispo. Un Gerulaitis che ci si augura dotato di maggior fortuna. Conscio del proprio valore, interpreta senza timore reverenziale un match che per lunghi tratti pare essere disputato allo specchio. Per due motivi. Il ritmo è forsennato manco si stesse giocando su mezzo campo, pertanto con la metà dei metri e la metà dei secondi, e le movenze alternate non sono mai così dissimili. Più che allo score, i due fenomeni sembrano interessati a dimostrare vicendevolmente quanto la genialità stia di casa. Magia mia, magia tua. E così via, per un’ora e trenta minuti di piedi veloci, frustate in mezza volata, rovesci monomani scolpiti nel marmo e trucchi da illusionisti. Novanta minuti, e il serbatoio del vecchio padrone si svuota all’improvviso, senza che la spia della riserva abbia il tempo di accendersi. Allora vince l’imberbe che più di ogni altro somiglia al Re, con coraggio, capacità e istinto del killer, il marchio di fabbrica dei predestinati. Quasi un back in the days.

Melbourne, in tutto ciò, è la serenità di un cerchio che si chiude così come era cominciato quasi due decadi prima, un’era geologica parlando di sport. La staffetta inscenata dai custodi del sacro gioco consegna dunque il testimone in grafite e budello a Stefanos Tsitsipas, potenzialmente le mani migliori possibili. Il monito tuttavia è lo stesso che ha accompagnato la vita sportiva di un Federer oggi finalmente umano, quasi avvicinabile. L’unico peccato che non può essere mai perdonato all’uomo è il tradimento di una speranza. Nello specifico quella di vedere elargire un tennis vincente perché intriso di talento e non sparagnino, funzionale perché la tecnica prevale sui giri del motore e la dolcezza della mano sul mulinare delle gambe. La speranza, dunque, che lo scacco al Re di questo 20 gennaio da annotare sul calendario non sia una fine ma l’inizio di una nuova tirannia, feroce e spietata nel ripudiare la noia.

Tsitsipas, giocatore enorme anche se in questo momento complessivamente meno forte del Federer che detronizzò Sampras nel 2001, ha nel mazzo le carte in regola per imporre la propria legge. Non può tradire, non deve tradire. Non lui, non uno di questo spessore. A guardare la concorrenza stereotipata verso il basso se ne avverte davvero un bisogno pari all’aria che si respira.

Per questo a Stefanos si chiede di lavorare sodo affinché la materia prima di indubbia qualità concessagli in dono da madre natura sappia generare un prodotto finito di inestimabile valore. Insomma, che nulla di tutto ciò possa andare sciupato. Perché Pete e Roger non devono essere lasciati soli. E nemmeno noi.
Buona fortuna, Ste.

Teo Parini

Articolo in collaborazione con www.ticinonotizie.it

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