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Al Direttore | 23 febbraio 2019, 12:19

Lettere al Direttore: Diciotto anni dopo

Riceviamo e pubblichiamo integralmente

Erika De Nardo e Omar Favaro

Erika De Nardo e Omar Favaro

"Diciotto anni è  il periodo che il nostro Stato quantifica sufficiente per raggiungere la maggiore età, la piena responsabilità civile e penale, la maturità sociale. La maturità psicologica ed emotiva non ha età, anche se, a ben guardare, sembra un traguardo a cui si arriva sempre più avanti nella vita ( quando si raggiunge...): la neotenia nella quale i genitori avvolgono i figli, un benessere socio-economico più diffuso, più banalmente un egoismo più profondo, ne sono probabilmente causa. Aveva sedici anni Erika De Nardo quando, assieme al fidanzato Omar Favaro, si macchiò di due tra i crimini più efferati: il matricidio e il fratricidio. Esattamente diciotto anni fa. Oggi sono entrambi liberi come il vento, hanno "espiato" di fronte alla legge italiana. Certo, forse a noi comuni mortali che hanno la propria madre sotto una tomba, viene spontaneo pensare che il rimorso corroda la vita dei due allora giovani assassini. Forse è così, forse proprio no. Già, perchè anche il solo pensare che esistano esseri capaci di uccidere i propri genitori e poi di proseguire la propria esistenza, lascia aperta la possibilità che per alcuni non esista l'amore. Tutti, chi più chi meno, siamo portati a pensare che i nostri genitori e i nostri figli, almeno loro, ci abbiano amato e ci amino e ci ameranno per quello che siamo. Pia illusione che tuttavia ci consente di andare avanti nonostante tutto. A questo mondo esistono sia i Carlo Nicolini, che uccise i propri genitori nel pieno di una crisi psicotica, sia i Pietro Maso, che si macchiò dello stesso crimine per pura avidità. Nicolini è in ospedale psichiatrico e difficilmente ne uscirà, anche Maso è nuovamente recluso dopo aver riacqustato la libertà. E la De Nardo? Recuperata, per la legge. Tutti, chi più chi meno, siamo portati a giudicare, ma il giudizio del singolo poco importa. Ben più grande importanza dovrebbe avere il giudizio della società. Società che si autotutela mantenendo sotto custodia chi uccise sotto impulso patologico, e lascia libero chi uccise sotto ben più basse spinte. Davvero si può recuperare chi uccide? La società ha bisogno di credere che si possa, noi singoli abbiamo bisogno di crederlo perchè l'alternativa è difficile da accettare. E' solo il mio pensiero, ovviamente, ma io credo che sia più probabile ed auspicabile recuperare un paziente psichiatrico che un essere lucido e tanto anaffettivo da uccidere madri, padri o fratelli, figli o compagni di vita. Alzi la mano chi, nella propria esistenza, non si sia mai incontrato o scontrato con persone prive di qualsiasi empatia o comprensione. Si nascondono bene, molto bene. Mascherano la loro aridità proponendosi esattamente all'opposto della loro reale natura. Sono abilissimi nel proiettare sugli altri le turpitudini di cui sono essi stessi portatori sani. Poi, un bel giorno, la maschera si incrina e che abbiano sedici, cinquanta o ottant'anni poco importa. Alzi la mano chi, nella propria vita, può consapevolmente credere che costoro siano recuperabili. Resta solo il vento che accarezza benevolo le tacite tombe e le silenti verità".

Giovanna Rezzoagli Ganci

Counselor con specializzazione in Scienze Sociali

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