/ Sport

Sport | 02 marzo 2019, 13:48

Yannick Noah, il campione di fragilità che percorse la sua personale ‘vie en rose’- di Teo Parini

Yannick Noah, il campione di fragilità che percorse la sua personale ‘vie en rose’- di Teo Parini

Bois de Boulogne, Parigi. Arrondissement numero sedici, Stade de Roland Garros. Nell’impianto sportivo intitolato alla memoria del primo aviatore capace di sorvolare il Mediterraneo, sono in corso di svolgimento gli Internazionali di Francia. Consuetudine e orgoglio transalpino che affonda le secolari radici nel 1891, quando fu il carneade britannico Briggs – il cui nome di battesimo, per rendere l’idea di un tempo ormai lontano, non è nemmeno più rintracciabile – ad aggiudicarsi la prima pionieristica edizione. Albori anche un po’ folkloristici di una disciplina elegante per genesi che l’età renderà meravigliosa e planetaria. Per i francesi, le giornate eroiche, quelle impreziosite da legno e budello dei Moschettieri, sono ormai un ricordo in bianco e nero, tanto che è dall’ultimo sigillo di Cochet – uno dei quattro beniamini con Lacoste, Borotra e Brugnon – che l’albo d’oro ha smesso di sorridere ai padroni di casa. Mezzo secolo, uno smacco alla grandeur che tarda a ritornare. Qualcosa, però, bolle in pentola.

5 giugno 1983, metà di un pomeriggio primaverile che finirà nell’album dei ricordi più cari di ogni aficionado che si rispetti, come tutte quelle volte in cui il tennis indossa l’abito della festa. La Francia è cristallizzata, quasi immobile. Nelle piazze adombrate dai platani, le vivaci sfide a petanque sono temporaneamente sospese e nei cafè cittadini l’entente de la vie è rappresentata più dallo sport del diavolo, per una volta, che dalla sempre auspicabile letteratura, senza che ciò costituisca una bestemmia. Per il resto, boulangerie senza i consueti avventori e, nelle case, televisioni accese sullo stesso canale. Il motivo è semplice e non si tratta di rugby, giacché il recente successo dei Blues nel 5 Nazioni della palla ovale è testé passato in archivio, e nemmeno di calcio. Tennis, finalmente tennis, nella patria delle t-shirt col Coccodrillo e il campanilismo accentuato.

A contendersi il trofeo in porte d’Auteuil – la Sorbona del mattone tritato – sono l’imberbe svedese Mats Wilander, un glaciale e misurato maratoneta di nuova generazione dotato di racchetta e computer di bordo, e la sua antitesi più profonda, enfant du pays per giunta: Yannick Noah, quello maledetto, bello e impossibile. Padre camerunense e tennista atipico, anzi uomo atipico tout court, Yannick porta sui playground ormai da un lustro una fisicità a dir poco debordante e una spettacolarità nei gesti mai ammirata prima e forse nemmeno poi, in grado di mascherare una tecnica di base per la verità non propriamente ortodossa. Peccatuccio veniale, perché un match dei suoi è l’irruenza della presa della Bastiglia riversata furiosamente su ogni quindici affrontato, con la differenza storica che è lui stesso, un autorevole depositario della secolare tradizione del serve-and-volley, a incarnare l’ancien règime che la modernità tennistica incombente, sparagnina quindi noiosa nel desossiribonucleico, prova a sottomettere. Noah interpreta quindi da protagonista una duplice battaglia, contro i robot dalle sembianze umane e contro il tempo tiranno. Wilander, che difendeva il titolo conseguito dodici mesi prima e che a fine carriera di Slam parigini ne conterà ben tre passando anche per la prima posizione mondiale, finisce per essere travolto senza appello dalla furia di un avversario in stato di grazia, nella versione d’antan che tanto fa ultimo dei Mohicani. Sfacciatamente anacronistico – più nessuno avrà modo di sollevare lo stesso trofeo giocando all’arma bianca – Yannick, nell’occasione più importante concessagli dal destino in ambito prettamente tennistico, perché palcoscenici diversi ma altrettanto fecondi faranno seguito, si ritaglia la giornata perfetta, il suo 14 luglio sportivo. Allons enfants de la Patrie, le jour de gloire est arrivè, cantano mano sul cuore i francesi in estasi e i Moschettieri d’incanto smettono di essere soli in cima all’Olimpo del tennis.

Noah, francese fino al midollo come solo gli eredi dell’impero coloniale riescono talvolta a essere, salda così il debito con un passato avaro, caricandosi sulle spalle una nazione intera che non aspettava altro.Con la popolarità su suolo patrio che oscura l’imponenza della torre Eiffel, smette quindi di essere “solo” un campione per vestire i panni ingombranti dell’icona, qualcosa che prevarica il tennis e lo sport in generale. In sintesi, un maestro di cerimonia di un mondo assolutamente non convenzionale, dai modi bizzarri, l’inconfondibile look fatto di dreadlocks e vestiti sgargianti e le esternazioni pubbliche mai di circostanza, che decorano un ambiente banalizzato dal tarlo del politicamente corretto e da personalità stereotipate. Rarissime eccezioni a parte. Una manna dal cielo e un calcio nel sedere all’inedia.

Back in the days, un passo indietro. Inverno 1972, Yaoundé. Arthur Ashe, in un segno inequivocabile del destino che sarà di fatto anche un passaggio di consegne, palleggia per qualche istante con un ragazzotto che sul campo da tennis dimostra di sentirsi come nel salotto di casa. Disinvolto, spigliato, in tutto il suo contagioso entusiasmo. È l’inizio della storia d’amore tra Noah e il tennis. Leggendario: il primo tennista di colore a vincere un Major, Arthur, che battezza il suo erede a tuttotondo, Yannick. Due giganti della nostra epoca, in primis nella difesa dei diritti civili e l’uguaglianza dei popoli, che hanno saputo canalizzare al meglio il credito popolare conseguito inizialmente per meriti sportivi sui binari della solidarietà.

Figlio di un calciatore professionista e di una mamma insegnante, l’acme sportivo raggiunto nella sua Parigi, fortificato poi a Roma un paio di stagioni più tardi, significa per l’esponente di quella che fu definita la generazione blanc et noir fama, gloria e soldi. Tutti lo vogliono, tutti lo cercano, alcuni se ne approfittano. Quello che con colpevole leggerezza si è soliti definire un sogno, accecati dai benefit della popolarità, per una personalità istrionica ma sensibile e di cuore si trasforma ben presto in un incubo sotto forma di depressione e, come sovente accade, voglia di farla finita. Vivaddio ai propositi autolesionistici non faranno mai seguito i fatti. Leggenda narra che a conferirgli la forza di sopravvivere nell’ora più buia furono la musica reggae di Bob Marley, il suo idolo, e l’attaccamento per la sua terra d’origine, l’Africa. Successo e solitudine vanno spesso a braccetto in un mondo che fagocita tutto alla velocità della luce e, purtroppo, non fu Yannick l’eccezione alla brutale regola. È l’impercettibile differenza che passa tra il tutto e il niente, tra l’effimero e l’essenziale. Noah, una volta tornato il sereno tra i tormentati pensieri di un ragazzo diventato uomo troppo alla svelta, ebbe modo di dire a riguardo in maniera emblematica: “Per me una bella giornata è alzarsi al mattino, sedersi a un tavolo, leggere un libro e andare dal fornaio a incontrare la gente, parlarci, essere spettatori della vita. Invece quando si ha successo si diventa attori più che spettatori con gli altri che cominciano a osservarti, a giudicarti”. Una manifestazione dialettica di straordinaria semplicità che racconta di lui più di mille parole.


Esponente della classe d’oro del 1960, al pari dei vari Senna, Maradona e Kiraly, Noah – che a Parigi vincerà un giorno anche il torneo di doppio in compagnia di Leconte, sempre a proposito di tennisti senza età – si ritirerà dal tennis giocato già nel 1991 a trentuno primavere soltanto, con in bacheca 23 titoli del circuito maggiore e un best ranking fissato al numero 3. Tuttavia il 1991 è tutto fuorché un addio, almeno nella sua forma canonica. C’è infatti ancora tennis nel destino di Noah e la musica, tanta, l’altro grande amore del poliedrico transalpino, agile nella transizione dalla racchetta alla più intimistica chitarra. Nell’anno di Losing my religion dei R.E.M. e, in Italia, di uno strepitoso Jannacci con La fotografia, al là delle Alpi la hit dell’estate capace di scalare le classifiche è Saga Africa, manifesto canoro di un Noah precursore che non smette di stupire qualunque strada scelga di percorrere. Succede allora che, grazie alla sua doppia supervisione, musica afro e tennis d’oltralpe si fondano insieme fino a diventare facce della stessa medaglia, in un weekend che è di tripudio tennistico e non solo. Yannick, in ciò che fa, non è mai solo uno sportivo, mai.

Lione, primo giorno di dicembre, finale di Coppa Davis. È domenica pomeriggio e il palasport di Gerland è gremito in ogni ordine di posti. Guy Forget stende Pete Sampras e, coadiuvato nei tre giorni da un Henri Leconte baciato dall’immortalità – in quella che sarà ricordata come la coppia d’oro mancina degli anni Novanta – riporta a Parigi l’insalatiera d’argento, a cinquantanove anni dall’ultima occasione. È un’impresa titanica. Pistol Pete, appunto, Andre Agassi e i due doppisti plurititolati Flach/Seguso, il gotha assoluto, cedono il passo alla nuova Francia che avanza, capitanata manco a dirlo proprio da Noah nella nuova veste di capitano non giocatore. Yannick è un tarantolato in panchina, l’uomo della provvidenza a cui la volontà popolare ha idealmente consegnato il timone del comando per riportare la compagine nazionale ai fasti di un tempo. Detto e fatto. Con i protagonisti dell’exploit festanti al centro del campo a fare il trenino, Yannick, immancabilmente il più chiassoso dei vagoncini, attacca a cantare microfono alla mano: “… a tous les petits blancs et tous les petits noir…”. Delirio. In un amen l’intero palazzetto, in simbiosi con l’ovvio direttore d’orchestra, intona le parole di Saga Africa: una bolgia dantesca che scrive un momento unico di euforia sportiva e sincera integrazione. “Saga Africa ambiance de la brousse! Saga Africa attention les secousses!”. Epico. Per amore di cronaca, Noah, sempre da capitano, vincerà in altre due circostanze la Davis che invece gli sfuggì da giocatore. Una bella rivincita e la conferma delle spiccate qualità umane applicate allo sport, in quel saper capitalizzare il lato migliore, tecnico e caratteriale, del suo team. Un po’ fratello maggiore, un po’ papà; un po’ severo, un po’ burlone. Motivatore, sempre. Il dato inconfutabile è che sotto la sua ala protettrice abbiamo ammirato a più riprese la versione più redditizia di giocatori rimasti troppo spesso inespressi. Vorrà pur dire qualcosa.

Un personaggio di tale risma non poteva lasciare il tennis giocato così come lo aveva trovato. Se il circus ha avuto negli anni talenti superiori e campioni maggiormente celebrati dagli almanacchi, a Yannick Noah vanno riconosciuti svariati meriti imperituri che ne fanno un degno rappresentante della Hall of fame, traguardo raggiunto nel 2005. Della spettacolarità senza se e senza ma e dell’aver saputo rendere vincente un tennis che gli attrezzi moderni presto avrebbero confinato ai circoli si è già detto poc’anzi. Al pari della dote innata di coniugare spettacolo e garra charrua. Quello che si può ancora aggiungere, a beneficio dei più giovani, è che il tanto decantato “colpo Federer” – il tweener, che si gioca colpendo la palla in mezzo alle gambe con le spalle alla rete dopo una rincorsa all’indietro – è in realtà il “colpo Noah” che ne fu (forse) l’ideatore e il più illustre interprete. Guardare per credere. Profondo conoscitore delle variazioni di effetti e traiettorie, meraviglioso l’uso sistematico dello slice con il rovescio, e titolare di un servizio potente e funzionale alla presa della rete, il suo habitat naturale per antonomasia dove una volèe non è mai solo una volèe, il tennis deve dunque essergli riconoscente. A maggior ragione oggi che, tra un campione e l’altro, la differenza tra le cifre stilistiche rasenta l’impercettibile. Più in generale anche la società, sempre più intrisa di cattiveria e iniquità, dovrebbe esserlo. Perché sregolatezza e follia, da una parte, umanità e amore, dall’altra, continuano a non essere concetti ossimorici, nello sport come nella vita. Che poi è lo stesso.

Last but not least. Tra un disco e l’altro, Noah ha trovato il tempo e il desiderio per fare del bene. Con mamma Marie-Claire, scomparsa nel 2012, fonda “Enfants de la terre” per aiutare i bambini in difficoltà. Insieme, inoltre, pubblicano una raccolta di poesie devolvendo il ricavato della vendita all’associazione stessa che ancora oggi continua a perorare la causa dell’uguaglianza. Qualche anno più tardi, invece, segue Bob Geldof, già leader dei Boomtown Rats, nella nota esperienza del Live Aid. Tra le tante lotte intraprese dalla coppia di artisti spicca quella relativa alla proposta di cancellazione del debito per paesi in via di sviluppo. Una doverosa menzione va per finire a Joakim Simon, figlio di Yannick e Cecilia Rhode. Oggi, per la verità lo è da un po’, è uno stimato campione della NBA e buon sangue non mente. L’universo sempre esigente del basket professionistico americano gli attribuisce diverse doti. La migliore, probabilmente, è la capacità difensiva, un Claudio Gentile della palla a spicchi. Specificità quanto mai appropriata, dovendo lui difendere e, si spera, tramandare un patrimonio genetico ricco di così tanti colori. “One love, one heart. Let’s get together and feel all right”, canta Bob Marley. Proprio come il padrino della musica giamaicana, Yannick ha un sogno nel cassetto, “pazzo” come ripetutamente lo ha definito. Quello di portare valori positivi nella vita dei bambini, il mondo di domani. Attraverso la magia dello sport nelle sue manifestazioni più sane, attraverso parole di speranza incastonate tra le sette note.

Dare l’esempio allora, il mantra che ne accompagna quotidianamente un’esistenza vissuta con il piede pigiato sull’acceleratore. Di benzina, nel serbatoio di Yannick, ce n’è ancora parecchia: Saga Africa non finisce qui. Con Marley, Ashe e tutti i bimbi del mondo nel cuore.

Teo Parini

Articolo tratto da www.ticinonotizie.it

 

Ti potrebbero interessare anche:
Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore