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Oggi al cinema | 14 marzo 2019, 11:03

La recensione: Momenti di trascurabile felicità

Echi di Lubitsch, di Alexander Hall, sospesi tra cielo e terra. Ma è nel quotidiano che Luchetti trova la sua misura, una grazia nel racconto e nei movimenti di macchina. Per riflettere - con leggerezza - sul senso dello stare al mondo

La recensione: Momenti di trascurabile felicità

Il cinema di Daniele Luchetti è spesso una questione di “tempo”. L’imprenditore Numa Tempesta doveva lavorare per qualche mese in un centro di accoglienza (Io sono Tempesta), la struttura circolare (dal conclave all’elezione) di Chiamatemi Francesco – Il Papa della gente, l’incontro tra Sessantotto e “femminismo” nel 1974 di Anni felici, lo scorrere dell’esistenza in La nostra vita, gli anni Sessanta che diventano Settanta in Mio fratello è figlio unico… Avanti e indietro nei decenni, nella storia del nostro Paese, nei secondi che compongono una giornata.

Forse Woody Allen avrebbe definito Momenti di trascurabile felicità come “una commedia degli attici”, un film dove i protagonisti non hanno problemi di soldi, lavoro, e i tormenti provengono dal cuore.

Paolo muore in un incidente stradale, e finisce nell’aldilà. Qui scoprono di aver sbagliato a calcolare la sua dipartita, e lo rimandano sulla Terra per poco più di novanta minuti. L’occhio è a Powell e Pressburger, a Scala al paradiso, quando un giovane pilota dell’aviazione inglese (David Niven) portava in tribunale l’altro mondo per aver sbagliato l’ora del suo trapasso.

Qui “l’angelo della morte” è Renato Carpentieri, che nel suo archivio digitale si è dimenticato di conteggiare tutti i centrifugati allo zenzero e al finocchio presi al bar. Sembra di essere in un ufficio pubblico molto disorganizzato, dove tutti urlano e si formano lunghe file.

Echi di Lubitsch, di Alexander Hall, tante volte sospesi tra cielo e terra. Ma è nel quotidiano che Luchetti trova la sua misura, una grazia nel racconto e nei movimenti di macchina. Cerca di dare un senso anche alle domande “inutili”, alle mattinate “perse” nel traffico per accompagnare i figli a scuola o in piscina.

Lo sguardo è quello di un genitore, di un marito, di un amante malinconico, che teneramente rimpiange il passato e gli attimi fuggenti. Luchetti descrive una felicità che nasce dai piccoli gesti, dalla capacità di accettare l’altro nonostante i suoi limiti. Intanto l’orologio non si ferma, le lancette proseguono la loro corsa.

Carpentieri controlla attento che non si sfori, mentre i flashback si mescolano con il presente, e si riscopre l’importanza degli affetti. Una moglie trascurata, una figlia adolescente che al “Ti voglio bene” risponde: “Grazie”, come Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany. I tradimenti, i litigi, le riconciliazioni… E all’ultimo la consapevolezza di voler cambiare qualcosa, di voler saltare sulla macchina di Ritorno al futuro e salvare le persone che si amano.

Momenti di trascurabile felicità è una romantica burrasca, un Vento dell’Est delicato, che riflette su: “La luce del frigorifero si spegne veramente quando lo chiudiamo?” e sul senso dello stare al mondo.

Il film è tratto dai libri Momenti di trascurabile felicità e Momenti di trascurabile infelicità di Francesco Piccolo.

Recensione tratta dal cinematografo.it

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