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Economia | 06 maggio 2019, 11:56

Corbetta, la Marelli passa ai giapponesi: ufficiale. Ora cosa succederà? Una interessante analisi

Corbetta, la Marelli passa ai giapponesi: ufficiale. Ora cosa succederà? Una interessante analisi

Nei giorni scorsi Fiat Chrysler Automobiles ha perfezionato la cessione di Magneti Marelli ai giapponesi di Calsonic Kansei, conglomerato dell’industria meccanica controllato dal fondo di private equity statunitense Kohlberg Kravis Roberts. L’operazione di vendita dell’azienda di componentistica fondata un secolo fa a Sesto San Giovanni, che nel 2017 fatturava oltre 8 miliardi di euro, era stata annunciata nell’ottobre 2018 e rappresenta l’ultimo capitolo della perdita del controllo italiano sull’industria nazionale.

A ottobre l’Agi ha raccolto la Spoon River industriale delle aziende italiane passate sotto controllo straniero, l’ultima delle quali è Magneti Marelli. Parliamo di aziende di cui le imprese di bandiera o a conduzione italiana hanno, nella maggior parte dei casi, perso la titolarità senza che a questo passaggio si aggiungessero garanzie per investimenti produttivi per il loro rafforzamento o per un impiego strategico dei dividendi della cessione. E il caso Magneti Marelli sembra andare nella stessa direzione.

Il duplice errore su Magneti Marelli

La cessione di Magneti Marelli, infatti, priva Fca di un’importantissima azienda del suo indotto, dotata di un know-how notevole sulla componentistica, per ragioni strategiche che non si riescono ad individuare, e non offre garanzie adeguate sul mantenimento del livello occupazionale e della produzione di un attore industriale rilevante, che occupa 10mila persone in Italia e circa il triplo al di fuori dei confini nazionali.

Giulio Sapelli si è schierato in prima linea tra coloro che hanno sottolineato la problematicità della cessione di Magneti Marelli, rilasciando a StartMag dichiarazioni difficilmente equivocabili: “Si tratta di un’eccellenza tecnologica, e il fatto che Fca la voglia cedere pare contraddittorio rispetto alle sue strategie aziendali. Il gruppo non riesce a raggiungere la soglia di break even di 6 milioni di auto l’anno, che le permetterebbe di stabilizzarsi come uno dei leader a livello mondiale. Ci ha provato con General Motors, ci è quasi riuscita con Chrysler, eppure la storia di Fca dimostra che quell’obiettivo ancora non è stato raggiunto”.

“Fiat-Chrysler non basta, sono alla ricerca costante di una crescita, magari di un accordo di fusione con qualche grande gruppo”, ha sottolineato l’accademico torinese. “In quest’ottica l’asset di Magneti Marelli avrebbe dovuto essere usato per la valorizzazione di Fca. Aspettiamo di sapere le condizioni dell’accordo, ma sarà cruciale capire dove rimarrà il cervello strategico di Magneti Marelli. Vista così, mi sembra più che altro un’operazione finalizzata alla copertura di un debito, e sarebbe una vittoria dell’economia giapponese e sicuramente una sconfitta per l’Italia”.

Magneti Marelli, un’eccellenza italiana

Magneti Marelli rappresentava un gioiello dell’industria italiana e un esempio notevole del modello di multinazionale tipica del nostro Paese. Più grande delle classiche “multinazionali tascabili” come De Longhi e Mapei e inserita nel contesto di un grande gruppo industriale, il gruppo di Corbetta è ad esse accomunato dalla capacità di produrre una gamma vasta di prodotti ad alto valore aggiunto e dall’elevata specializzazione tecnica:  quadri di bordo, sistemi di illuminazione sensori, ammortizzatori, sistemi di controllo motori benzina e diesel e, prodotto in prospettiva di importanza cruciale, motori elettrici, forniti di recente al team di Formula E della Mahindra.

Vendendo Magneti Marelli, Fca prosegue nella fase di confusione organizzativa seguita alla morte improvvisa di Sergio Marchionne. I sei miliardi di euro che la cessione ha garantito non sono stati dirottati nella loro interezza né verso la riduzione del debito aziendale né verso gli investimenti produttivi di cui un gruppo in riassesto come quello della famiglia Agnelli-Elkann avrebbe vitale bisogno. A novembre lo storico dell’economia Giuseppe Berta fotografava con precisione la situazione in un’intervista con Industria Italiana, sottolineando la contraddittorietà della scelta di dirottare 2 miliardi di euro al pagamento di una maxi-cedola per gli azionisti.

Il baricentro di Fca è oltre Atlantico

Un’ultima chiave di lettura potrebbe essere quella legata alla scelta del Lingotto di tagliare, gradualmente, i ponti con l’Italia e il Vecchio Continente per riallinearsi completamente come gruppo al cento per cento statunitense. Come del resto lascia presagire la conduzione del gruppo degli ultimi anni.

“Lo dimostra il fatto che il gruppo aveva due marchi forti sui quali investire – continua Berta – e per sostenerli avrebbe dovuto aprire il portafoglio anche in Europa. Invece questi due brand, Fiat e Chrysler, sono stati ampiamente depotenziati e quasi sostituiti da da Jeep e Ram. Si guarda solo ai Suv e ai Pickup, e per niente alle berline classiche, che pure hanno avuto un ruolo nella storia del Gruppo”, ha aggiunto Berta. In questo contesto, la cessione di Magneti Marelli sarebbe attaccabile con un ulteriore motivo di biasimo. Oltre alla miopia strategica, bisognerebbe aggiungere i danni di una strategia deliberata di distacco di Fca dall’Italia, Paese in cui ha le sue radici e in cui deteneva, fino a pochi giorni fa, le sue ultime, residue eccellenze.

Articolo tratto da www.ticinonotizie.it

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