Attualità - 30 marzo 2026, 12:53

All’istituto clinico Beato Matteo di Vigevano risultati promettenti nel trattamento dei casi più gravi di piede diabetico

Una nuova terapia per la cura della neuro-osteoartropatia acuta di Charcot potrebbe evitare l’amputazione in 1 caso su 3

All’Istituto Clinico Beato Matteo (Gruppo San Donato) uno studio pilota ha evidenziato risultati promettenti nella cura di una delle forme più gravi di piede diabetico: la neuro-osteoartropatia acuta di Charcot, una complicanza della patologia che altera rapidamente i tessuti molli, le articolazioni e le ossa del piede e della caviglia. 

I risultati sono stati presentati in una lettera di ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Endocrine, firmata dal professor Carmine Gazzaruso, responsabile del Servizio di Diabetologia, Endocrinologia, Malattie Metaboliche e Vascolari e del Centro di Ricerca Clinica (Ce.R.C.A.) e anche associato di Endocrinologia dell'Università degli Studi di Milano, insieme al dottor Pietro Gallotti e alla dottoressa Adriana Coppola.

Al centro dello studio la combinazione tra il prednisone, un farmaco corticosteroide sintetico ad azione antinfiammatoria, e il clodronato, farmaco della famiglia dei bifosfonati in grado di inibire il riassorbimento osseo, che è risultata efficace nel trattamento di questa invalidante complicanza del diabete, di difficile inquadramento diagnostico. Si tratta di una nuova terapia, che potrebbe incrementare significativamente l’efficacia del trattamento standard, che prevede un’ingessatura del piede e della gamba per evitare fratture o peggioramento delle stesse, se già presenti.

La neuro-osteoartropatia acuta di Charcot è spesso confusa con altre patologie, per questo viene identificata solo in uno stadio avanzato. Il gonfiore del piede può indurre a pensare che si tratti di conseguenze di traumi oppure di infezioni superficiali. In realtà, è espressione di una grave infiammazione già attiva, che coinvolge tutte le strutture del piede, ossa comprese, e può costituire solo la prima fase di una deformazione irreversibile. In poco tempo, la struttura anatomica dell’arto inferiore subisce un cambiamento radicale, che si manifesta con lo sprofondamento della pianta del piede, su cui possono formarsi ulcerazioni, con fratture multiple e rischio altissimo di amputazione” afferma il professor Gazzaruso.

Precedenti studi hanno valutato l’impiego del cortisone o dei bifosfonati, assunti però singolarmente, evidenziando come tali approcci, pur efficaci rispettivamente nel controllo dell’infiammazione o nella prevenzione del riassorbimento osseo, non fossero di aiuto nel migliorare il decorso della neuro-osteoartropatia acuta di Charcot.

Ad oggi, non esistevano studi che utilizzassero simultaneamente cortisone e bifosfonati: quello condotto all’Istituto Clinico Beato Matteo è il primo a impiegarli contemporaneamente. L’osservazione clinica condotta su un gruppo ristretto di pazienti ha evidenziato che la combinazione dei due farmaci, insieme a un controllo mirato della glicemia e al trattamento delle condizioni cliniche concomitanti — incluse ulcerazioni e infezioni —, associata al mantenimento dell’ingessatura del piede secondo la terapia standard, può ridurre significativamente i tempi di guarigione della neuro-osteoartropatia acuta di Charcot.

Questa somministrazione combinata risulta importante perché, da un lato, il prednisone riduce l’infiammazione e, dall’altro, il difosfonato protegge l’osso da una possibile indebolimento osseo indotta dal cortisone.

Il successo di questo approccio rappresenterebbe una possibilità per i pazienti affetti da Charcot che hanno un alto rischio di deformazione dell’anatomia del piede e di amputazione dell’arto.

La combinazione di prednisone e clodronato potrebbe contrastare la rapida progressione della patologia a carico del piede. Tale approccio terapeutico rappresenterebbe una soluzione in grado di migliorare significativamente l’outcome di quei pazienti che diversamente sarebbero destinati a convivere con una grave compromissione della mobilità o andrebbero incontro a un’amputazione maggiore, con conseguenze significative sulla qualità della vita. I risultati preliminari ottenuti incoraggiano l’estensione delle attività di ricerca a una casistica più ampia, al fine di consolidare le evidenze relative all’efficacia del trattamento” conclude il professor Gazzaruso.