Quando si parla di gioielli in oro, le carature sono spesso il primo dato che salta all’occhio — e anche quello che genera più fraintendimenti. Come ci spiegano gli esperti di mvsgioielli.it, compro oro a Roma, 24k, 18k, 14k vengono percepiti come sinonimi di “meglio” o “peggio”, ma in realtà raccontano qualcosa di diverso: quanta parte di quel metallo è oro puro. Capire questo punto è essenziale per scegliere in modo consapevole, evitando miti diffusi e decisioni poco pratiche.
In due righe: cosa misura davvero il “K” (carati dell’oro)
Il karat (K o kt) indica quante parti su 24 di un oggetto sono composte da oro puro. Un oro 18k, per esempio, contiene 18 parti di oro e 6 parti di altri metalli, detti leghe, come rame o argento. Queste non sono un “riempitivo”, ma servono ad aumentare resistenza e lavorabilità.
Attenzione anche alla terminologia: karat riguarda la purezza dell’oro, mentre carat (ct) indica il peso delle gemme. Sono due sistemi diversi che non vanno confusi. Da qui un primo punto chiave: più carati significa più oro, non automaticamente un oggetto migliore per ogni uso.
24k, 18k e 14k: percentuali di oro e cosa cambia nella pratica
Se vogliamo essere precisi, la percentuale di oro si calcola con una formula semplice:
(K / 24) × 100 = % di oro puro.
Applicandola ai titoli più comuni otteniamo:
● 24k ≈ 99,9% di oro puro (spesso indicato come 999)
● 18k = 75% di oro (750)
● 14k = 58,5% di oro (585)
Un esempio pratico chiarisce meglio di mille definizioni: in un gioiello da 10 grammi in oro 18k, circa 7,5 grammi sono oro, il resto è lega. Questo dato incide sia sul valore intrinseco del metallo sia sul comportamento dell’oggetto nel tempo.
24k, 18k e 14k: percentuali di oro e cosa cambia nella pratica
Dal punto di vista fisico, le differenze diventano tangibili. L’oro 24k ha un colore molto intenso e una lucentezza caratteristica, ma è anche più morbido: per questo è largamente usato per lingotti e monete, e in gioielleria soprattutto per pezzi destinati a un uso occasionale o simbolico. Dire che “non si usa” sarebbe scorretto; è più corretto dire che non è ideale per l’uso quotidiano intenso.
L’oro 18k rappresenta un equilibrio: buona purezza, colore pieno e una resistenza sufficiente per la maggior parte dei gioielli. Non a caso è lo standard più diffuso in Europa e in Italia.
Il 14k, con una percentuale maggiore di lega, è in genere più resistente a urti e graffi ed è molto comune negli Stati Uniti, soprattutto per anelli e bracciali destinati a essere indossati tutti i giorni.
Il linguaggio dei gioielli: 999, 750, 585 (millesimi) e perché li vedi stampati
Oltre ai carati, sui gioielli trovi spesso numeri come 750 o 585: è il sistema dei millesimi, che indica quante parti su 1000 sono oro. Le equivalenze sono dirette: 999 corrisponde al 24k, 750 all’18k, 585 al 14k.
Una domanda frequente è perché non esista il “1000”. La risposta è tecnica: ottenere oro assolutamente puro è impossibile, e 999 rappresenta già il limite pratico della raffinazione.
In Italia, la marcatura dei metalli preziosi è regolata da una normativa specifica. Per l’oro, i titoli più comuni e legalmente riconosciuti sono 750, 585 e 375. Questa punzonatura è una tutela per il consumatore, perché consente di verificare rapidamente la reale composizione del gioiello.
Resistenza, graffi, uso quotidiano: quale caratura scegliere
La scelta della caratura dovrebbe partire dall’uso concreto. Anelli e bracciali sono più esposti a urti, sfregamenti e micrograffi: qui 14k o 18k sono spesso soluzioni più pratiche.
Orecchini e pendenti, subendo meno stress meccanico, permettono maggiore libertà e possono essere realizzati anche in carature più alte senza particolari problemi.
Questo è il punto in cui cade uno dei miti più diffusi: il valore dell’oro non coincide con la funzionalità del gioiello. Un oggetto pensato per essere indossato ogni giorno deve rispondere a esigenze diverse rispetto a uno destinato a occasioni speciali.
Resistenza, graffi, uso quotidiano: quale caratura scegliere
È vero che, in generale, più oro significa maggiore morbidezza, ma fermarsi qui sarebbe una semplificazione. La resistenza finale dipende anche dal tipo di lega utilizzata, dal design, dallo spessore e dalla qualità della lavorazione.
Un esempio aiuta a ragionare meglio: un anello molto sottile in 18k può segnarsi più facilmente di un anello più spesso in 14k, anche se quest’ultimo contiene meno oro. I carati sono un’informazione fondamentale, ma non raccontano tutta la storia. Guardare l’oggetto nel suo insieme è sempre la scelta più intelligente.
Colore dell’oro e leghe: perché “bianco” o “rosa” non è una caratura
Un altro equivoco comune riguarda il colore. La caratura indica quanta parte è oro, non che colore avrà. Il colore dipende dai metalli aggiunti alla lega.
L’oro rosa, per esempio, contiene una percentuale maggiore di rame; l’oro bianco è ottenuto con leghe a base di palladio o nichel ed è spesso rivestito da uno strato di rodio.
Questo significa che puoi trovare oro bianco 18k (750) o oro rosa 14k (585) senza alcuna contraddizione. Un approccio corretto alla scelta è quindi in due fasi: prima decidere la caratura più adatta all’uso, poi il colore che rispecchia gusto e stile personale.
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