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Oggi al cinema | 30 marzo 2019, 11:28

La recensione: Una giusta causa

Mimi Leder dirige il biopic su Ruth Bader Ginsburg, una vita spesa per i diritti delle donne. E il film sensibilizza su tematiche importanti, attualizzando il dibattito sul femminismo

La recensione: Una giusta causa

Atticus Finch è forse uno degli avvocati più amati di sempre. Ne Il buio oltre la siepe (dal romanzo di Harper Lee, un capolavoro sullo schermo con Gregory Peck), si è schierato dalla parte dei più deboli nell’America profonda degli anni Trenta, difendendo una persona di colore. Ma alla fine della storia, sceglie di “insabbiare” un omicidio. Lo si può quindi definire un uomo di legge? Per alcuni è il più grande eroe del cinema a stelle e strisce, ma Ruth Bader Ginsburg e la figlia litigano in cucina per trovare una risposta in Una giusta causa.

La madre sostiene che Atticus abbia sbagliato, l’adolescente afferma che la Costituzione non è tutto. Da una parte le regole, dall’altra l’umanità. Chi ne esce vincitore? Serve un’armonia. Ginsburg ha combattuto per tutta la vita per i diritti delle donne. Ha denunciato la discriminazione insita nel sistema americano. In gioventù non riusciva a trovare uno studio legale che la volesse assumere, nonostante fosse la migliore del suo corso sia ad Harvard che alla Columbia. Così è andata in tribunale, ha ottenuto sentenze che hanno fatto giurisprudenza.

Oggi a 86 anni è giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, dopo essere stata nominata da Bill Clinton nel 1993. Una guerriera, che non ha mai abbassato la testa. In Una giusta causa, fin dall’università si sente chiedere perché non abbia lasciato il posto a un maschio. I suoi desideri non interessano, gli antichi retaggi guardano alle madri come custodi del focolare.

Ginsburg ha messo in atto una quieta rivoluzione, fondata sulla parola, sul controllo delle emozioni, sul duro lavoro. Il film esalta la sua protagonista, e trascina anche la platea. Sensibilizza su tematiche importanti, attualizza il dibattito sul femminismo. Una vicenda di movimenti e di movimento. Con sullo sfondo il Sessantotto, il cambiamento. In una società in fibrillazione, che aveva bisogno di rinnovarsi.

Ma la regista Mimi Leder non vuole mettere in scena un comizio. Si innamora della Ginsburg, ne tratteggia le debolezze, i fallimenti, per poi accompagnarla fino al successo. Da professoressa a esempio per le nuove generazioni, attraverso i decenni. Con tanto di apparizione finale della vera Ginsburg. E poco importa se a volte la costruzione sembra troppo hollywoodiana o lo spirito edificante rischia di prendere il sopravvento.

I canoni da solido legal movie vengono rispettati, lo scontro pirotecnico in aula è assicurato. E l’occhio è sempre ad Atticus Finch, campione nel lanciarsi in imprese impossibili, perché la giustizia non è solo quella che arriva dai codici. In Italia il titolo è Una giusta causa, mentre in patria è On the Basis of Sex (in base al sesso, al genere). Breve apparizione anche di Kathy Bates, nei panni dell’agguerrita progressista Dorothy Kenyon.

Recensione tratta dal cinematografo.it

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