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Oggi al cinema | 28 settembre 2019, 15:45

La recensione: Shaun, vita da pecora

La Aardman torna alle origini e regala finalmente il grande schermo al suo ovino "televisivo". Avventura divertente, ricca di citazioni

Shaun, vita da pecora

Shaun, vita da pecora

Shaun e le altre pecore non ne possono più della solita, stancante routine. Ogni mattina, sveglia all’alba e schedule ferreo impostato dal fattore tolgono al gregge entusiasmo, giorno dopo giorno. Ecco allora che proprio Shaun si fa promotore di un’idea rivoluzionaria: saltando in circolo la staccionata, le pecore riescono a far addormentare il fattore. Poi lo coricano dentro una roulotte sulla stradina della fattoria, ricreando all’interno tutte le condizioni ideali per simulare la notte. Sarebbe tutto perfetto, se non fosse che Bitzer, il cane del fattore, le colga in flagrante: il parapiglia conseguente sblocca la roulotte, che a tutta velocità si dirige verso la Grande Città. Con il fattore chiuso dentro, ancora addormentato… La nuova missione di Shaun e del gregge tutto è appena iniziata: recuperare l’uomo prima che le sue tracce si perdano per sempre.

Lanciata per la prima volta come serie tv nel 2007, Shaun, vita da pecora della celebre Aardman arriva ora sul grande schermo. Diretto da Richard Starzak e Mark Burton, il film offre finalmente una chance “lunga” all’ovino già presentato nel 1995 all’interno di un corto (Una tosatura perfetta) con protagonisti Wallace e Gromit. L’avventura è divertente, naturalmente impreziosita dal solito, egregio lavoro in stop-motion di casa Aardman: un marchio di fabbrica inimitabile, come le tante sequenze slapstick rese ancor più originali dalle mille possibilità che regala la plastilina.

Senza dimenticare l’aspetto forse più originale dell’intera operazione, dettato forse inizialmente da motivi legati al budget: il film è privo di qualsiasi parola e tutti i personaggi comunicano (tra di loro, e con lo spettatore) attraverso grugniti, mormorii, esclamazioni e quant’altro. Un ritorno alle origini dell’animazione, se si vuole, arricchito però da scelte musicali inattaccabili e citazioni gustose: una su tutte, quando il temibile accalappiatore Trumper riesce a rinchiudere Shaun, con il gatto in cella a cui basta un riconoscibilissimo verso per rievocare il celebre Hannibal Lecter del Silenzio degli innocenti.

Recensione tratta dal cinematografo.it

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