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Oggi al cinema | 31 gennaio 2020, 12:51

La recensione: Dolittle

L'ennesima volta dell'eccentrico veterinario vittoriano sul grande schermo: Robert Downey Junior c'è, ma la noia di più

La recensione: Dolittle

Di Dottor Dolittle sul grande schermo ne abbiamo visti tanti. Dal primo (Il favoloso Dr. Dolittle) interpretato da Rex Harrison, una produzione complicatissima con 1200 animali diversi, nel lontano 1967 ai vari remake con Eddie Murphy fino al film pensato per il mercato dell’’home video (2011) con Tim Curry e Jane Seymour. Insomma, il famoso medico con il dono di parlare agli animali,  protagonista di una serie di libri per bambini nati dalla penna dello scrittore inglese Hugh Lofting (il primo fu il libro The Story of Doctor Dolittle del 1920), non è nuovo al cinema.

Questa volta l’eccentrico veterinario dell’età vittoriana ha il volto di Robert Downey Junior, nel suo primo ruolo dopo la saga Marvel, e si trova, suo malgrado, a dover partire verso una misteriosa isola alla ricerca di una cura per la Regina (Jessie Buckely), gravemente ammalata.

Ad accompagnarlo nell’impresa un nutrito gruppo di topolini, un orso polare, un pappagallo, uno struzzo, un’oca e un cane. Tutti animali con un pedigree degno di nota poiché a dargli voce, nella versione originale, sono niente meno che Rami Malek, Octavia Spencer, Emma Thompson,

Marion Cotillard, John Cena, Tom Holland, Ralph Fiennes e la giovane star della musica Selena Gomez. Non solo, nel cast (in versione umana) anche Antonio Banderas, Michael Sheen e la nostra Kasia Smutniak. Il signor albero genealogico del film non risolleva però le sorti di questo “nuovo” Dr. Dolittle, scritto e diretto da  Stephen Gaghan (TrafficSyriana), che si rivela un quasi disastro.

Dimenticatevi i toni da commedia a cui il re della risata Eddie Murphy ci aveva abituati e scordatevi anche la dimensione contemporanea e cittadina, qui si torna alle origini, all’ambientazione dei romanzi: l’epoca vittoriana. E non sarebbe neanche un male, se non fosse che ci si torna solo per il periodo storico. L’atmosfera, così come l’humour, è talmente datata, la trama vista e rivista, le gag poco divertenti con gli animali, che fanno solo da cornice e privi di sviluppo narrativo e che sono pompati da un uso eccessivo della CGI, non fanno che farti rimpiangere le origini, quelle vere. Quelle battute di spirito, e soprattutto quello spirito d’avventura, che era alla base della narrativa del Dr. Dolittle, nato dalla creatività di un ingegnere diventato scrittore mentre combatteva nelle trincee della prima guerra mondiale e che in quelle lettere illustrate ai suoi figli voleva distrarre dalla brutalità della guerra. Qui invece di distrazione, per gli adulti, non ce n’è. Ma anche  per i bambini ce ne è ben poca. Di noia, tanta.

Recensione tratta dal cinematografo.it

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