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Oggi al cinema | 15 febbraio 2020, 10:44

La recensione: Gli anni più belli

Gabriele Muccino abbina quarant'anni di storie amicali e Storia patria: c'è convinzione, manca ambizione e prospettiva

La recensione: Gli anni più belli

Quali sono gli anni più belli? Quelli che s’è vissuto fino in fondo, e con un fondo comune: l’amicizia, che può farsi amore, può disattendersi, ma in fondo appunto rimane. L’amicizia di Giulio (Pierfrancesco Favino), papà carrozziere, Roma per palestra e l’avvocatura per professione; di Gemma (Micaela Ramazzotti), orfana, vitale, generosa e appassionata; di Paolo (Kim Rossi Stuart), amante degli uccelli, innamorato di Gemma, infine professore di liceo; di Riccardo (Claudio Santamaria), genitori di sinistra, giornalismo e critica cinematografica nel mirino, l’incompiutezza per compagna.

Si trovano, si perdono, si ritrovano, mentre scorre la Storia: dalla caduta del Muro all’11 settembre, da Forlani con la bavetta dinnanzi a Di Pietro alla discesa di Berlusconi, dal 1980 a oggi, quarant’anni di eventi e sentimenti, fatti e fatterelli, con l’amicizia per basso continuo.

Sono i loro anni e sono Gli anni più belli, dodicesimo lungometraggio di Gabriele Muccino, che scrive anche a quattro mani con Paolo Costella. Gli attori si comportano tutti bene, se non egregiamente: in particolare, Micaela Ramazzotti si dà in tutto e per tutto, in un ruolo però che ha già sostenuto e che a questo punto potrebbe e dovrebbe starle stretto.

Lei, Favino, Santamaria e Rossi Stuart dovranno, insieme a Muccino stesso, richiamare il pubblico in sala, sebbene il passaparola potrebbe non essere esaltante, vedremo.

Firmando, ipse dixit, “il mio film più epico”, Muccino si prova piccolo, se non piccino, giacché le storie dei quattro hanno sempre la meglio sulla Storia, di cui la tv rendiconta invero senza ricaduta alcuna le svolte epocali; giacché le inquadrature sono sempre ravvicinate, ovvero la modestia della produzione – trattasi di film in costume – dà nell’occhio e Roma finisce a pezzi, anzi, pezzetti; giacché le traversie dei nostri appaiono veniali e venali, ridotte ai minimi termini a parte le tirate esistenziali tra un litro di vino della casa e l’ambito Sassicaia.

Insomma, malgrado il gigantismo delle premesse e l’exemplum del C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, di cui Muccino ha voluto assicurarsi i diritti, Gli anni più belli si balocca per 129 minuti orfani di epicità e provvidi di qualunquismo e stereotipi, spesso approssimativi – la figlia (Nicoletta Romanoff) anche lei sul banco degli imputati con il padre ministro imputato… – e sovente estemporanei.

Che rimane? La prova debordante e splendente della Ramazzotti, la tenerezza suscitata dal probo Rossi Stuart, le musiche pervasive di Nicola Piovani, la “leggerezza”, e pure troppa, rivendicata e auto-osannata da Muccino, ma la cornice non custodisce alcun ritratto, fuorché personaggi in cerca d’autore. Non si può presidiare quarant’anni come se A casa tutti bene: servono non solo le convinzioni, ma le ambizioni e le prospettive per essere grandi, ovvero, per fare la Storia. Viceversa, questi sono Gli anni più piccoli.

Recensione tratta dal cinematografo.it

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