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Oggi al cinema | 17 febbraio 2020, 11:23

La recensione: Fantasy Island

Viaggio sull'isola dei sogni e degli orrori. Attacco al sistema capitalista, colorato mix di generi, ambizioso entertainment. Ma nella seconda parte iniziano i problemi

La recensione: Fantasy Island

Prima di Lost c’era Fantasilandia. Era una serie andata in onda tra il 1978 e il 1984, e fu un successo per la Abc, con ben sette stagioni. Arrivò anche in Italia, e persino la Warner Bros scelse di omaggiarla nel 1983 con Daffy Duck e l’isola fantastica. Ovviamente il cartone animato di uno dei paperi più famosi di sempre non era un horror.

Adesso ci pensa la Blumhouse Production a mettere i brividi. Da Scappa – Get Out Fantasy Island, la riflessione è sul crollo del modello capitalista. Nel film di Jordan Peele, il dominio psicologico nasceva dallo sfruttamento da parte dei bianchi delle persone di colore. L’economia affondava le radici nella discriminazione, e il terrore era il lucido riflesso di un Paese in piena crisi per l’elezione di Trump.

Fantasy Island prosegue il discorso. L’isola è l’America, il desiderio è figlio della volontà di accumulare, e dell’arroganza di poter intervenire sul passato attraverso il proprio benessere. Basta pagare o vincere un contest per essere re del mondo. Incontriamo il ragazzo che vorrebbe arruolarsi per servire la patria, i due fratelli che sognano di immergersi dentro a Project X – Una festa che spacca, l’imprenditore ancorato al proprio business per non perdere la sua ragione di vita, l’ex adolescente insoddisfatta che vorrebbe vendicarsi della bella della scuola…

 

Al centro c’è il denaro, il potere del soldo declinato in tutte le sue forme. Ed è l’illusione del controllo che porta all’orrore. Sovvertire le regole, giocare con gli stereotipi, essere “politici” scardinando i canoni dell’entertainment, mescolare i generi saltando dai toni da sitcom al war movie: le ambizioni di Fantasy Island sono tante.

Nella prima parte il film funziona. L’ambiguità si fonde con il mistero, alcune sequenze virano dall’estetica alla Saw – L’enigmista fino alla commedia. Ma poi la storia abbraccia un percorso labirintico. Le vicende dei protagonisti s’ingarbugliano, s’intrecciano, mentre i colpi di scena si moltiplicano senza un filo conduttore. La retorica abbonda, con tanto di richiamo ai buoni sentimenti, e il regista Jeff Wadlow inserisce anche alcuni passaggi strappalacrime. Fantasy Island è costruito come un incubo a stanze, come era stato anche il poco riuscito Escape Room. Dietro le porte chiuse si nascondono panic room, luoghi di tortura, camere in fiamme e spiagge bellissime. L’atmosfera ludica ricorda Obbligo o verità (sempre di Wadlow), ma alla fine trionfa il politicamente corretto in un progetto che poteva volare molto più in alto.

Recensione tratta dal cinematografo.it

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