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Oggi al cinema | 14 settembre 2020, 12:22

La recensione: Chiamate un dottore!

Dritto al petto del paziente ovvero dello spettatore: tra nostalgia e attualità, convince la commedia di Tristan Séguéla

La recensione: Chiamate un dottore!

Oggi, ai tempi del Covid, sarebbe impensabile vedere un medico, per giunta di una certa età, che va di casa in casa visitando bambini con sintomi febbrili. Anche se allo stesso tempo guardarlo impazzire per capire come funziona un termoscanner è scena ormai (poveri noi) di ordinaria quotidianità. Tra nostalgia e attualità si snoda dunque la commedia di Tristan Séguéla, Chiamate un dottore!, che vede protagonisti il disilluso medico di guardia di Sos- Médecin e il candido rider, rispettivamente interpretati da Michel Hakim e Blanc Jemil, qui al suo esordio.

Gli ingredienti sono quelli di sempre: dall’antico meccanismo dello scambio d’identità (un medico notturno si fa sostituire da un fattorino di Uber Eats), all’incontro tra due persone completamente diverse, non solo caratterialmente, ma anche socialmente (un uomo alla deriva che non ama più il suo lavoro e che è a un passo dalla radiazione e un rider generoso e ottimista) fino alla storia d’amore che è già nell’aria dalla prima inquadratura della ragazza (Solène Rigot), in fin di vita per essersi ingerita troppi ansiolitici.

Anche la morale è piuttosto semplice: per entrare nelle case e per ascoltare il cuore delle persone non basta avere uno stetoscopio al collo, ma serve un sorriso e una battuta, quel magico potere dell’empatia che permette al rider con la sua faccia simpatica di varcare la soglia di qualsiasi porta e non solo. Eppure vedendo questo film in cui non c’è nulla di particolarmente nuovo si ride, si riflette e ci si commuove persino un po’. Di certo, l’alchimia tra i due attori (Hakim di grande esperienza e il debuttante Jemil davvero azzeccato nella parte) è determinante per la riuscita di questa commedia che è anche lo specchio della società francese e che punta i riflettori sui rider, questa nuova categoria di lavoratori che sfrecciano sempre più numerosi nelle nostre città, con tanti sogni e ben pochi diritti.

Dall’ultimo film-denuncia sui nuovi schiavi di Uber di Ken Loach (Sorry We Missed You) al film di “visite” di Jim Jarmusch (Broken Flowers) a Burn After Reading dei fratelli Coen fino al campione d’incassi Quasi amici di Olivier Nakache e Eric Toledano, storia di una sincera amicizia che cambia la vita, sono tanti i riferimenti cinematografici collegati a questa commedia nella quale il medico a un certo punto afferma: “Curo raffreddori, non salvo nessuno”. Scopriremo che non è così (e oggi più che mai avremmo bisogno di tanti “medici-rider”, chiaramente protetti, per evitare gli afflussi incontrollati negli ospedali). E vedremo che quel termoscanner, proprio come questo film, punta dritto al petto del paziente ovvero dello spettatore.

Recensione tratta dal cinematografo.it

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