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Lifestyle | 04 marzo 2023, 15:28

"Diafano Opaco", il quarto capitolo del romanzo online di Maurizio Denti Pompiani

"Diafano Opaco", il quarto capitolo del romanzo online di Maurizio Denti Pompiani

La luce comincia vistosamente a calare. Ho un segnalibro in mano.

È bello, di carta riciclata, con dei fiori rosa, che non conosco, disegnati su un lato. Dall'altro c'è una lettera emme autografa, scritta con inchiostro verde. In mente: il sorriso più bello che mi sia mai capitato di vedere e la luce di due meravigliose stelle verdi che filtrava dalle tendine di lunghe ciglia nere che posso vedere ancora se chiudo gli occhi.

Se ne era andata su di lì, seguendo il sentiero che attraversa l'agrumeto e si arrampica verso il castello. Partii a passo veloce con la remota speranza di ritrovarla anche se non avrei potuto spiegarne, ma soprattutto spiegarmene, il motivo. Quanto bastava, insomma, per farmi sentire un perfetto imbecille.

Oltrepassai il castello e mi trovai in un’ala sopraelevata di giardino con ampi terrazzamenti delimitati da basse siepi di buxus. Le macchie blu metallizzato dei vanitosi pavoni maschi si muovevano con cautela scrutandomi tra le piante di rose. Raggiunsi il lato nord e decisi di perlustrare l’area circostante. Una splendida serra monumentale in stile Déco con i vetri imbrattati di calce suscitò la mia meraviglia, cercai quella ragazza nelle vicinanze, non la trovai. Proseguii in un labirinto di siepi ordinate di verbena fino al sentiero di ghiaia bianca affiancato da vecchie lagerstroemie e poi fino un piccolo cancello che mi riapriva alla città. Presi, quindi, il carruggio principale in direzione Pensione Miramare - tutte le città di mare ne hanno almeno una che si chiama così, come tutte quelle di montagna ne hanno una che si chiama Belvedere -, della ragazza neanche l'ombra, sembrava essere svanita nel nulla con l'ultimo bagliore plumbeo di questa giornata storta. Aveva ragione quando ha detto che era brava a scomparire. Confesso che mi dispiacque molto, anche se non volevo ammetterlo neanche a me stesso, non averla trovata. Imboccai il carruggio principale, trascinandomi svogliatamente in discesa notai che dalla vetrina di un bar usciva una luce tenue che bastava appena a illuminare la piccola parte prospiciente. Ogni bar degno di questo nome ha una Gazzetta dello Sport sgualcita e scompaginata, da qualche parte, su qualche traballante tavolo remoto. Non avendola ancora letta, decisi di entrare. Ma l’unica cosa su un tavolo traballante, sotto la finestra che dava sulla strada, in quel bar, era una gracile vecchietta con gli occhi velati dalla cataratta e il suo cane, più largo che lungo, seduto sotto di lei al suo fianco, che aspettava implorante che cadessero a terra delle briciole di brioche con la quale la sua padrona stava accompagnando il suo cappuccino fuori orario. Decisi che questo non era un bar perché la Gazzetta non c’era. Ordinai lo stesso una birra alla spina. La donna dietro al banco allungò la mano e le sue discromie cutanee, porgendomi sul bancone un boccale di birra annacquata con troppa schiuma:

“Tre e cinquanta!”, disse asciutta, senza neanche la smorfia di un sorriso.

Misi un cinque, lei andò a frugare nel cassetto della cassa e mi restituì il resto e lo scontrino:

“Grazie!”, almeno quello me lo disse.

Mise perfino qualcosa da accompagnare alla birra. Patatine fritte mollicce; niente noccioline; niente olive. C’erano le solite macchinette ruba soldi, qualche ludopatico e basta.

E soprattutto niente Gazzetta. Che non-bar del cazzo!

“Arrivo adesso dal parco, molto bello!”

Cercai irragionevolmente di fare conversazione spicciola giusto per mettere del tempo tra un sorso e l'altro di quella birra annacquata, imbevibile e senza una Gazzetta che mi avrebbe almeno alleviato questo supplizio.

“Arriva da lì?”, chiese anche se non le fregava.

“Sì!” se te l'ho appena detto scema!

“Negrotto Cambiaso!”

“Scusi?”

“È il nome del parco: ... Negrotto Cambiaso!”, precisò la finta bionda, occhiali con montatura spessa rosa e coda di cavallo.

“Veramente bello! ...”, cercai di essere accomodante.

“Lo dicono tutti! ... sa, noi qui ci abbiamo fatto l'abitudine, ma per chi viene da fuori... effettivamente colpisce.”

“Chi era questo Negrotto Cambiaso... una persona importante, immagino!”

“Era una Marchesa! Abitava lì, nella villa ereditata dalla zia. Villa… castello, che dir si voglia, insomma. È lei che l’ha donata al Comune.”

“Però… che magnanimità!”

“Sì, ma mica l’ha fatto per niente sa? Non so da voi, ma qui è difficile che si faccia qualcosa per niente.”

“Immagino, non solo qui, anche da noi, è un po’ dappertutto così. Comunque bel parco.”

“Era molto appassionata di botanica... piena di soldi... un po' fuori di testa, come tutti i nobili. La leggenda di qui dice che le piaceva girare nel parco nei giorni di pioggia per festeggiare con i suoi alberi.”

“Festeggiare?”

“E beh certo! Nella sua pazzia aveva una sua logica: quando piove gli alberi fanno festa, no?”

“Ah! Sì... Beh! Penso che… in effetti… Non l’avevo mai vista in questo modo, ma ha la sua logica, in fondo.”

“Nelle giornate di pioggia, come oggi, per esempio, c’è ancora qualche balengo che va in giro a dire di averla vista al parco. Dicono addirittura di averle parlato. Ce n’è di matti in giro.” rise.

“Si dice, che le leggende spesso si basino su un fondo di verità. Il comportamento bizzarro di quella marchesa, quando era in vita, deve avere colpito l’immaginazione popolare e l’ha resa una leggenda.”

“Dice? Può darsi. Pensi che qui la gente ci crede a tal punto che ha perfino paura di andare nel parco nei giorni di pioggia, non tutti, ovviamente, proprio per quel motivo – prese i bicchieri dalla lavastoviglie, li asciugò e li sistemò sugli scaffali come nei bar veri -, d’altronde io l’ho sempre detto che questo posto è un manicomio, belìn ma ce n’è uno normale da queste parti?”. Nel frattempo la birra finalmente finì.

“C'è un bagno, per favore?” Biascicai mentre mi alzavo col male al fondoschiena da quel trespolo di sgabello da pub Irlandese.

Non mi rispose: mi diede direttamente la chiave!

Mi ritrovai sulla turca di un cesso impraticabile, stretto, cieco e con una minuscola ventola che avrebbe dovuto aspirarne i miasmi e invece li soffiava dentro. La carta igienica era finita, per cui, anche se mi fosse scappato qualcos’altro sarebbe stato meglio lasciar perdere. Dopo aver controllato di avere preso la mira giusta, pisciai guardando fisso in avanti, come fanno tutti. Sulle piastrelle crepate e unte, c’erano le solite scritte: Marta troia! e sotto Troia sarà tua sorella! mi chiesi cosa ci fosse venuta a fare Marta nel cesso dei maschi. Poi c’era scritto: La do via come il pane! e una serie di numeri che sembravano, verosimili. Il classico: a chi piace la figa tiri una riga! campeggiava sulla parete interna della porta di legno, che aprii non senza la tentazione di aggiungerne una, in fondo alle tante. Porca troia mi sono pisciato sulle scarpe. Pensai anche che anch’io avevo appena fatto un incontro con una ragazza, al parco, in un giorno di pioggia. Mi vennero in mente le sue parole: Ci vengo spesso qui, soprattutto quando piove. Il che mi iscriveva, di diritto, nella lista dei balenghi tanto vituperati dalla barista.

“Grazie! Buona sera!” Riconsegnai le chiavi alla barista, la quale mi rispose automaticamente, girata di spalle:

“Arrivederci e buona serata a lei.”

Suonò il mio cellulare:

“Signor Ranzetti buona sera, come va?”, squillò la voce del mio capo. Abbassai il volume del telefono.

“Ingegnere... buonasera... bene grazie!”

“Allora... come siamo messi? Fatto tutto?”

“Mmmmh... c'è stato un piccolo contrattempo. Stavo giusto telefonandole.”

“Che contrattempo? Non mi faccia spaventare.”

“No! No... Il Comune... l'ho trovato chiuso.”

“Ah... bene... meno male… come chiuso?”.

“Sì... è che ...”.

“Cosa? ...”

“C'era un'assemblea”

“E quindi? Il cliente cos’ha detto? Pensa di farcela a sbrigare tutto per domani?”

“Il cliente ha detto che non c’è problema. Domani dovrei farcela. Domani sbrigo tutto e torno a casa.”.

“Ranzetti, mi raccomando, guardi che la posta in gioco è molto alta. Veda di giocarsela bene. Non mi faccia pentire di non avere presieduto personalmente all'affare. Abbiamo tutti bisogno di venderlo questo impianto, ne va del futuro dell'azienda, altrimenti qui va tutto a rotoli e ci troviamo col culo per terra tutti quanti... ha capito Ranzetti? Tutti quanti, lei compreso!”

“Immagino!”. Avrei voluto dirgli che io il col culo per terra ce l’avevo già.

“Si dia da fare allora. Mi raccomando. E mi faccia sapere qualcosa domani stesso, appena avrà sbrigato tutte le pratiche e contattato il cliente per l'appuntamento. Se c'è qualche problema mi chiami a qualsiasi ora. Non mi faccia stare sulle spine.”

“Lo farò, senz'altro. Ci conti Ingegnere. Buona serata Ingegnere.”

“Buona notte... e vada a dormire presto che domani deve essere in forma... mi raccomando!”

“Ci stavo giusto andando! Ma vaffanculo! 'Notte Ingegnere.”

Assurdo. Quando uno ti assume pretende di decidere anche l'ora di mandarti a dormire e poi dimentica un piccolo particolare, il cliente ha telefonato a me e non a lui, per cui non avrebbe potuto presiedere personalmente a un cavolo di niente. Il signor capo del cazzo! È strano come il cliente abbia fatto a contattare direttamente me, questo è vero, ma questa è un’altra faccenda. Così, però, ha fatto! Se fosse stato altrimenti, figuriamoci se questo capoccione avrebbe affidato a me, il signor nessuno, una responsabilità e soprattutto un affare, del genere.

Uscii, mi avviai verso il mio Hotel. Telefonai.

“Pronto. Ciao Click.”

“Bella Luigi, dove sei?”

“Da qualche parte, al mare.”

“Al mare? Che stronzo! È al mare lui. Poverino.”

“Sì... Vabbè! ... È per lavoro.”.

“Per lavoro sì, certo… che cazzo vuoi? sbrigati che sono indaffarato!”

“Sì... con la mano destra!”.

“Pirla!”

“Comunque, cazzo vuoi tu! Sei tu che mi hai chiamato!”.

“Eheh… vero. Niente: volevo solo romperti un po’ i coglioni, sentire come ti va lì…”

“Eh… come mi va… come al solito, mi va… la mia solita sfiga. Trovato chiuso il Comune. Mi sono anche perso cercando un posto dove arrivasse il segnale del telefono… Paola mi ha rotto i coglioni, come al solito. Dice che ho cazzeggiato, che se fossi arrivato prima, forse…”

“E tu hai cazzeggiato veramente, immagino.”

“Eh, certo che sì”

“Lo sapevo. Poi la stronza è lei. “

“La cosa positiva è che ho incontrato una tipa ...”.

“Bella?”

“Di più: mai vista una gnocca simile!”

“Eh... la madonna!”

“Veramente da sballo... sembrava finta...”

“Sì... una sirena.”

“Pirla... eheheh!... era stratosferica... davvero.”

“Te l'ha data?”

“Cazzo dici... le ho appena parlato.”

“Come parlato...  raccontala giusta: l’hai tampinata e ti ha dato il due di picche”.

“Sì... anzi no... ma che tampinata! Abbiamo scambiato un paio di parole... non sapevo neanche cosa dirle ero… incantato... due occhi... un culo! È appena andata via da poco. Saranno venti minuti fa.”

“Due occhi e un culo... magari anche una bocca e un naso... cazzo, tipa strana... davvero. Mai vista una così… Eheheh!”

“No, davvero... Pirla!"

“Testina... Non fare cazzate che sei sposato!”.

“Lo so, lo so. Tranquillo. Mica ho fatto niente. A parte che è stata lei ad attaccare bottone: mi ha chiesto da accendere”

“Da accendere? Ma se non fumi neanche… ma dove?”

“Qui... al parco del Municipio... c'è un parco della Madonna qui fuori dal Comune. Lei era seduta su una panchina, io le sono passato davanti per caso e lei, prima non mi ha neanche degnato di uno sguardo, poi mi ha chiesto da accendere. Per caso avevo trovato un accendino davanti al Comune e gliel’ho regalato.”

“Tutto lì?”.

“Certo! Le ho fatto accendere e abbiamo scambiato due parole.”

“E come si chiama? Hai preso il contatto?”

“Non lo so... non gliel’ho chiesto. Deh! Prima mi dici di non fare il pirla e poi… mica vado a tampinare le ragazzine io!”

“Noooo… Tu? Ma va… quando mai? Era giovane?”

“Per me sì: sulla ventina. Venticinque al massimo.”

“Quindi l’hai conosciuta, altro che sigaretta…”

“Non ti ho detto che l'ho conosciuta, pirla!... Incontrata!... È diverso. Lo capisci l'Italiano?... In-con-tra-ta! ti ho detto! mi ha chiesto da accendere e basta, perché voleva provare a fumare...”.

“Come provare?”

“Provare! ... Non fuma... almeno così mi ha detto lei, che ne so... però... ha tossito, per cui... probabilmente mi ha detto la verità e poi, cazzo c’entra questo? Saranno ben cazzi suoi se fuma o meno no?”

“Fammi capire: una ragazza, che non fuma ti ha chiesto da accendere. È chiaramente una scusa, quella ci ha tentato. Ovvio!”

“E io le ho fatto accendere, ovvio!”

“Ah... e con che cosa? Col dito come Stanlio?”

“Te l’ho appena detto: avevo trovato un accendino, poco prima, davanti al comune!”.

“Toh! Guarda caso… che culo!”

“Una coincidenza. Gliel’ho anche regalato. E lei, in cambio, mi ha regalato un segnalibro.”

“Un segnalibro? Però! E che cazzo te ne fai di un segnalibro? Non sei neanche capace di leggere a momenti”.

“Eheheh... sei capace tu di leggere, pirla! Vabbè... io l'ho preso... poteva mettermi in mano qualsiasi cosa, in quel momento lì, che l'avrei presa senza esitare, credimi: una gnocca... sono ancora provato da quell’esperienza”

“Beh! Dov'è la novità? Eheheh... tu sei nato sconvolto. Secondo me è meglio se te ne torni a casa e pensi al lavoro e alla tua famiglia, che non hai più l’età di correre dietro alle ragazzine.”

“Anche volendo non potrei... sono arrivato tardi in Comune... te l’ho detto: l’ho trovato chiuso per assemblea. Mi sa che dovrò stare qui anche domani.”

“Eccolo là. Sì, sì, bella scusa... bastardo!... Non me la racconti giusta te... l’assemblea... ma va, va!”

“No è vero pirla! Non è una scusa. A proposito: guarda che domani non ci sono per il calcetto. Trovatene un altro al mio posto!”

“Come non ci sei? ... E chi trovo?... Il Paolo è rotto, il Giampa fa cagare...”.

“Prova col Gibo!”

“Eeeeh! Il Gibo?... Dove cazzo lo trovo il Gibo a quest'ora?”

“Telefona a Lina, sarà lì. Dai sbattiti, tanto non c'hai un cazzo da fare no?”

“Io non ho un cazzo da fare? Ma se lavoro tutto il giorno...”

“Ma va a cagare! vergognati! lavora… lui... ciao. Dopo questa... io vado...”.

“Ciao Luigi. Divertiti e lascia stare le donne, che non hai più l'età!”

“Eh... ancora? Che palle! Vaffanculo va! Ciao!”

Nella hall della pensione a due stelle immeritate c'era un odore nauseabondo di mensa di ospedale: purè di patate in busta e prosciutto cotto omogeneizzato. Mi passò la fame. Saltai la cena non compresa nel prezzo dell'alloggio. La camera era squallida ed essenziale, i pavimenti bicromi con piastrelle bianche e nere, quadrate e triangolari, incasellate a losanga secondo vecchi schemi anni settanta. I mobili avevano l'età della Lambretta con le ante che scricchiolavano e cigolavano in un tetro lamento da fare accapponare la pelle. Sul fondo dei cassetti, vecchi fogli di giornale ingialliti, parlavano di una probabile cessione di Altafini alla Juventus. Tre palline di naftalina che le tarme usavano regolarmente come deodorante. In uno di questi ci misi dentro la scatola di sigari cubani "Cohiba Lanceros" che mi aveva dato quel rompicazzo del mio capo per blandire il cliente. La doccia si faceva appendendo il soffione alla parete laterale della vasca da bagno che aveva i segni marroni dell'ossido di ferro sulla smaltatura sbeccata. 

Le tendine di nylon mi si appiccicarono addosso appena aprii l'acqua calda. Un asciugamano era piccolo e l'altro invece piccolissimo, sarebbe stato più facile asciugarsi con un coriandolo. La carta igienica, crespa, a un solo velo, doveva essere usata a chilometri per essere minimamente efficace. I vetri delle finestre erano talmente irregolari da sembrare istoriati e deformavano a tal punto le cose all’esterno da farle sembrare quadri macchiaioli. Sopra i materassi di lana, riciclati da chissà quale caserma, duri e sformati, le lenzuola ruvide di cotone grezzo sembravano moderatamente pulite e profumavano di sapone di Marsiglia. Il cuscino era sintetico e scomodo come tutti i cuscini del mondo al di fuori del proprio. La coperta di acrilico e poliestere veniva lavata talmente di rado che dovevo tenere la porta chiusa a chiave altrimenti mi sarebbe scappava via.

Non formalizziamoci, ho dormito in posti peggiori... in Kalimantan, per esempio. Feci un ripasso mentale delle cose che avrei dovuto fare l’indomani. Nell'ultima tasca che andai ad esplorare trovai il segnalibro di carta riciclata con i fiori rosa e la lettera emme: dev'essere il segnalibro di quel suo libro che non si legge, ipotizzai: che meraviglia quella ragazza dai capelli neri e la frangia spettinata. I suoi occhi si aprono ancora ogni volta che chiudo i miei.

Scusa Paola, ma questa notte non sarai tu l'ultimo dei miei pensieri.

(Tutti i diritti sono riservati) ©

Maurizio Denti Pompiani

maudenpo@gmail.com

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