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Lifestyle | 27 marzo 2023, 10:43

"Diafano Opaco", l'ottavo capitolo del romanzo online di Maurizio Denti Pompiani

Foto: Denti Pompiani Maurizio©

Foto: Denti Pompiani Maurizio©

Il commissariato stava là, esattamente in mezzo alla mia onesta coglionaggine, perché sapevo che stavo consegnando quel preziosissimo gioiello non per le pietistiche remore morali che mi ero auto raccontato nel mio incerto tragitto, in cui mi figuravo la povera fanciulla percossa dai sui genitori e quelle lacrime a deturpare quel suo bel viso, ipotesi, quest’ultima, grossolanamente inverosimile.

Non lo stavo consegnando neanche per un anelito di onestà in quanto, nella condizione economica in cui mi trovavo in quel momento, la vendita di quel gioiello, per quanto penalizzata dalla mancanza del suo omologo, mi avrebbe reso comunque moltissimi soldi che, in qualsiasi altro frangente, non avrei esitato un attimo ad intascarmi senza batter ciglio. Ecco la coglionaggine: lo stavo facendo solo ed esclusivamente per avere anche una benché minima possibilità di incontrarla e magari avere il suo numero di telefono, il suo nome, il suo profilo Facebook, insomma l’opportunità di poterla rivedere e soprattutto di corteggiarla. Questa era la verità. Ebbene sì: mi interessava quella ragazza.

Mi piaceva da morire. Ero rimasto assolutamente folgorato da lei. Avrei fatto qualsiasi cosa per rivederla. Qualsiasi cosa, perfino dimenticare mia moglie e il nostro stanco rapporto, la mia adorata famiglia. Perfino affrontare la vergogna che avrei dovuto sopportare di fronte a me stesso come padre e marito, di fronte ad amici e parenti quando avrei dovuto giustificare il mio comportamento così immaturo e infantile per quella mia infatuazione per quella meravigliosa sconosciuta. Volevo rivedere quella ragazza anche se non me lo giustificavo e non sapevo come mi sarei comportato in tal caso né cosa avesse potuto scaturire da quell’incontro. L’intensità di quel desiderio di vederla mi stupì profondamente ma non mi fece cambiare idea, anzi. Il vero motivo l’avrei analizzato in seguito, così come le relative, inevitabili, conseguenze che un ulteriore incontro con lei avrebbe comportato.

Il commissariato, quando me lo vidi davanti, sembrava essere quell’edificio ad avere trovato me, anche se sapevo benissimo che non era così.

Dall'interno del gabbiotto d'ingresso, una giovane donna poliziotto mi chiese aspramente dove volessi andare.

“Devo fare una denuncia!”

“Ufficio denunce! Prenda il numero e attenda in sala d'attesa. Prima stanza a destra nel corridoio!”, disse seria, atonica, zelante e perfettamente mimetizzata nella sua divisa autoritaria. C’erano molte persone in attesa lì dentro, con la faccia rassegnata da prigioniero di un campo di concentramento nazista. Sembravano lì da anni. Quasi tutti stranieri. I più fortunati erano seduti su scomode sedie di moplan imbullonate su una struttura metallica. La maggior parte di loro erano in piedi e sbuffavano. C’era odore di sudore e una mosca fuori stagione che rimbalzava furiosamente da un viso all’altro. C’erano donne sedute che facevano saltellare nevroticamente sulle ginocchia bambini spazientiti e nevrastenici.

La sala era gremita e l'aria così viziata da non potersi respirare. Mi spostai in corridoio a cercare aria fresca. Ogni tanto passava qualche agente. Uno, in particolare, aveva la faccia di quelli che avrebbe dovuto arrestare e ci guardava tutti come se avessimo dovuto dimostrargli la nostra onestà. Tra loro si chiamavano con nomi troncati che finivano sempre con un accento: Francè, Pasquà, Antò. Parlavano un Italiano che non si insegna nelle scuole. Non azzeccavano un gerundio a pagarlo oro. Aggredivano con ingiustificata arroganza chiunque rivolgesse loro una qualsiasi domanda, soprattutto se straniero. Ma anche gli Italiani non venivano trattati molto meglio. Da un'indagine sbrigativa e dalle suonerie con le canzoni in arabo dei loro telefonini dedussi, con cinico sollievo, che l'ottanta per cento delle persone che mi circondavano era in attesa dell'ufficio immigrazione.

Solo quattro, prima di me, attendevano per l'ufficio denunce. Sospirai, sollevato. Dopo mezz'ora, il tizio che c'era dentro l'ufficio che mi interessava, non era ancora uscito. Se mi va bene, pensai, a questo ritmo dovrei metterci almeno un paio d’ore. Non esiste!

Suonò l’unico cellulare la cui suoneria non era una canzone araba: era il mio.

“Ciao Click!”

“Bella Luigi! Dove sei, sempre a caccia di ragazzine?”

“Sono al commissariato!”

“Come al commissariato... ti hanno arrestato? – rise - Qual è l’accusa? Molestia sessuale? Scherzi a parte: cosa ti è successo?”

“Niente, sono venuto a denunciare il ritrovamento di un orecchino!”

“Hai trovato un orecchino? Dove?”

“Al parco, proprio davanti alla panchina dov'era seduta la ragazza di ieri. È il suo.”

“Ma dai! Ne sei sicuro?”

“Certo che sì. Me l’aveva fatto vedere. Forse l’ha perso proprio in quell’occasione.”

“È roba di valore?”

“Pare proprio di sì, l’ho fatto vedere da un orefice, prima di venire qui. Pare che sia una pietra strana… una roba rara.”

“E quindi tu sei alla polizia per che cosa?”

“Per sapere se, la tipa, è venuta a denunciarne la scomparsa. In tal caso mi faccio dare nome e indirizzo, glielo riporto e, magari, ci scappa l’invito a cena. Figo no?”

“Che altruismo. Che gesto magnanimo. Che onestà! Sono profondamente commosso.”

“Grazie, grazie. Tu lo sai che io non faccio mai nulla per interesse…”

“Questa non è farina del tuo sacco. Chi ti ha consigliato di fare una cosa del genere?”

“L’orefice. A me è sembrata una bella idea.”

“Tu sei fuori come un balcone! A parte che, anche se quella ragazza avesse denunciato la scomparsa di quell’orecchino, gli sbirri non ti darebbero mai le sue generalità, per una ragione di privacy. Quelli si prendono l’orecchino, ti dicono grazie, nel migliore dei casi, si prendono le tue generalità e poi ti salutano. Mentre, se invece dello smarrimento, quella là ha denunciato il furto…”

“Beh? ... cosa cambia?”

“Cambia eccome! Una volta è successo anche a me, con un braccialetto. Una menata. Ti fanno firmare un sacco di carte... mille domande... poi, visto che risulta rubato, ti chiamano a deporre. Alla fine a momenti in galera ci finivo io, come se fossi stato io il ladro. Ce l’hai un testimone per caso? Io per fortuna che ho trovato il Tenda che mi ha fatto da testimone. Sì ma... mi è costato un cinque per la sua falsa testimonianza e m'è andata di lusso! Lascia stare, dà retta a me: fai finta di niente e mollalo da qualche parte quel coso lì. Magari lascialo in vista nel posto dove l'hai trovato. Anzi, se hai detto che vale un sacco di soldi tienitelo e basta. Fregatene!”

“Aspetta un attimo, resta in linea.”

Diedi il mio numero al tizio che stava dietro di me e mi defilai da commissariato, fingendo di non captare bene il segnale con il mio telefono.

“Meno male che me l'hai detto. Sono già fuori!”

“Hai fatto solo bene, credimi, ti infilavi in una menata da non finire!”

“Non ci avevo proprio pensato in questi termini. Sul momento mi è sembrata una buona idea per rintracciare la tipa!”

Silenzio.

“Pronto?... Ci sei ancora?... Mi senti?” Dove cazzo è andato?

Silenzio.

“Perché la vuoi rintracciare?”

Quella sua domanda era schietta e maledettamente precisa, col tono di chi, in quanto tuo migliore amico, ha il sacrosanto diritto di non essere preso per il culo.

“Sai che non lo so? Sono confuso. Probabilmente, a questo punto, penso lo sappia meglio tu di me”

“Te lo dico io il perché. Perché, se era un cerchione, col cavolo che ti sbattevi così per rintracciare quella tipa. Te l'ho già detto: lascia stare le donne, che sei sposato! E poi tu non sei abituato ad avere relazioni. Vedi: il problema di avere l’amante sta proprio nel gestire queste situazioni. Chiamate ad orari strani, messaggi, tu che ti profumi o ti radi troppo spesso. Le donne notano tutto. Tu non ci sei abituato a queste cose, non le sai gestire. Ci sono veri professionisti del tradimento e tu non sei uno di questi. Tu sei un pivello. Ti sgamano subito. Lascia stare dammi retta. Molla quell'orecchino da qualche parte, tanto di uno solo che te ne fai? Cosa vuoi che valga? Non puoi neanche fingere di fare un regalo a Paola perché è solo uno e se lo nascondi e te lo trova che cazzo le racconti?”

“È d'oro, ha cinque piccoli diamanti e una grossa pietra rara, al centro, che cambia colore. È un pezzo d'antiquariato. Hanno detto che vale una cifra! Ha un valore inestimabile.”

“Chi te l'ha detto?”

“Me l’hanno detto un orefice e un gemmologo, che mi hanno raccontato un sacco di cose serie su quella pietra e un sacco di cagate sulla cromo e la cristallo terapia!”

“Ah, beh! Allora... no, no, no! Cazzo! Non buttarlo! Tienilo! cazzo ...e ci pensi anche? Lo tieni, lo imboschi e poi te lo rivendi!”

“Per rivenderlo seriamente ci vogliono un sacco di soldi in perizie e certificazioni varie.”

“Palle!... Portalo a casa che ci penso io: ho un amico orefice... al massimo ti tieni le pietre e ti fai fare un gioiello per Paola!”

“Vero! Bravo! Cazzo! Oggi sei un vulcano di idee. Di solito erutti solo stronzate... invece oggi… peccato che non ho un Euro per fare tutto ciò.”

“Ha parlato Einstein! Va beh, quando guadagnerai per quell’impianto te lo farai fare. Sei in debito per questo fantastico consiglio.”

“Vabbè! Siamo a pari con quella del "suona vuoto".”

“Sì, bella roba, non è piaciuta un cazzo, l'hanno scartata!”

“Come l'hanno scartata. Era bellissima!”

“Mi hanno fatto fare un salvadanaio di terracotta, a forma di porcellino. Sotto, la scritta "suona vuoto". Dicono che rappresenta meglio il periodo economico attuale e il carattere di denuncia socio-politica contenuta nei loro testi.”

“Beh!... effettivamente… hanno ragione”.

“Già!... Oh!... Ti lascio, devo proprio andare. Devo fare un lay out per la carta intestata del mio dentista!”

“Oh… Non hai proprio mai un cazzo da fare te!”

“Eheheh!... vaffanculo. Ciao Lu... alla prossima. Oh! Tienitelo l’orecchino che poi vediamo! E lascia stare le ragazzine. Pirla.”

“Va bene! Va bene. Alla prossima. Ciao Click! Grazie.”

“Figurati!”

Ha ricominciato a piovere, e scurire. Mi riparo sotto quel balcone e aspetto che spiova. Tempo ne ho, piove, e vendo pannelli solari.

(Tutti i diritti sono riservati) ©

Maurizio Denti Pompiani

maudenpo@gmail.com

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