(Adnkronos) - "C’è un libro che in questi ultimi tempi viene letto, riletto e annotato nelle cancellerie di mezzo mondo. Si intitola 'America against America', lo ha scritto un autore cinese e risale a più di un trentennio fa. Ma in qualche modo, per ragioni che poi si dirà, apre uno squarcio interessante su questo nostro tempo così pieno di domande. Questo libro, non ancora tradotto in italiano, è una sorta di diario di bordo. Racconta il viaggio di apprendimento che un giovane cinese si trova a fare negli Stati Uniti d’America. Il viaggio avviene all’indomani della sfida elettorale tra il primo Bush, il padre, e il governatore democratico Dukakis, nel lontano 1988. Ma quella contesa resta per così dire sullo sfondo.
La curiosità dell’ospite cinese verte più sulla società americana nel suo insieme, indagando le università, i media, i costumi, le curiosità, perfino le stranezze. C’è tempo per soffermarsi sulle diversità territoriali, sui conflitti razziali, sui meccanismi di formazione e distribuzione della ricchezza, perfino sullo stile di vita degli amish. Quasi che quel ragazzo volesse offrire il ritratto più accurato e più dettagliato di un mondo tanto diverso da quello da cui era partito qualche mese prima.
Lo stesso percorso che aveva seguito il nobile francese Alexis de Tocqueville che due secoli prima, nella sua “Democrazia in America”, aveva spiegato meravigliosamente il nuovo continente ai suoi vecchi padroni europei. Lo studente cinese appare per metà ammirato e per metà invece molto critico per quel che vede e annota. Da un lato riconosce che la democrazia americana funziona bene. Dall’altro però denuncia con parole fin troppo severe la caduta di valori che segna quell’epoca: l’eccesso di egoismo, la dissoluzione della famiglia, una sorta di deriva morale che viene descritta a tinte fin troppo fosche.
La sua ricostruzione è attenta, diligente e rispettosa. Ma la sua curiosità, attraversando tutte le luci e tutte le ombre di quella stagione, cerca di approdare infine a una conclusione. E cioè che la troppa libertà alla fin fine mina la compattezza dei paesi e si traduce prima o poi in un serio indebolimento della loro capacità competitiva e della loro coesione sociale. Non è un’anatema, è una comparazione. L’autore non costruisce una barriera ideologica, come ai tempi di Mao. Esprime un giudizio di funzionalità. Annota che il sistema che ha visto all’opera e analizzato con cura ha delle falle. E scommette che si possa fare meglio. A patto di non farsi mettere sotto scacco da un complesso di inferiorità.
Dietro questa scissione tra le luci e le ombre dell’America di quegli anni si nasconde infatti un monito, che diventa esplicito solo verso la fine del volume. “Il sistema americano -scrive l’autore- che è generalmente basato sull’individualismo, l’edonismo e la democrazia sta chiaramente perdendo il suo primato a fronte di un sistema fondato sul collettivismo e sull’autoritarismo”.
La sua previsione all’epoca era che gli Usa avrebbero perso la competizione economica con il Giappone, che in quegli anni sembrava la potenza emergente. Ma si comprende che il modello evocato dall’autore è soprattutto quello del suo paese, la Cina, con la sua antica radice confuciana e la sua più recente storia comunista. Laddove per l’appunto ogni eccesso di spirito individuale (e liberale) lascia il passo a istituzioni e costumi più fondati sulla compattezza e molto, molto meno sulle libertà personali. Fin qui, si potrebbe dire nulla di nuovo. Ma di qui in poi si svela qualcosa di più e di inatteso.
Il fatto è che quasi quaranta anni dopo si scopre che l’autore di questa lontana ricognizione nel frattempo ha fatto carriera, ed è diventato uno dei dirigenti di punta del sistema politico cinese. Il suo nome è Wang Huning e attualmente è un membro di spicco del politburo del Partito comunista cinese. Così ora il suo libro getta una luce più vivida sui caratteri della competizione politica globale in corso tra la Cina e gli Usa.
Riproponendo anche a noi il dilemma che da sempre divide la filosofia politica un po’ in tutto il mondo. E cioè se la libertà che noi veneriamo sia ancora un punto di forza al cospetto di paesi e sistemi che ne tengono un molto minor conto e che confidano piuttosto di trarre un più cospicuo vantaggio dalla confusione che regna dalle nostre parti. Resta quella, ancora oggi, la frontiera che divide l’occidente, o quel che ne rimane, dal cosiddetto sud globale. Si tratterebbe ora di rispettarla e custodirla con una reciproca capacità di pacifica convivenza". (di Marco Folini)














