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Ultim'ora | 02 maggio 2026, 09:57

Biennale Arte, ecco perché la giuria internazionale si è dimessa: la ricostruzione

Biennale Arte, ecco perché la giuria internazionale si è dimessa: la ricostruzione

(Adnkronos) - A quattro giorni dal vernissage della Biennale Arte 2026, la più importante manifestazione culturale italiana è stata travolta da un terremoto istituzionale che non ha precedenti nella sua storia recente. La giuria internazionale si è dimessa in blocco, la cerimonia inaugurale del 9 maggio è saltata, i premi sono stati rinviati al 22 novembre, giorno di chiusura della 61esima Esposizione d'Arte e per la prima volta i Leoni d'oro e d'argento saranno assegnati dai visitatori. E sullo sfondo, come una faglia mai davvero sopita, si muovono le tensioni geopolitiche globali. 

Il punto di rottura va cercato nella decisione presa il 23 aprile dalle cinque giurate - Solange Oliveira Farkas (presidente), Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi - di escludere dalla premiazione Israele e la Federazione russa in quanto paesi sotto processo per "crimini contro l'umanità" davanti alla Corte penale internazionale. Una scelta definita inizialmente “autonoma” dalla Fondazione Biennale di Venezia, ma che ha immediatamente innescato reazioni politiche e legali. 

L’esclusione colpisce due nodi sensibili: da un lato Israele, nel pieno di una crisi internazionale che alimenta accuse e controaccuse; dall’altro la Russia, già assente dal 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina ma ora pronta a riaffacciarsi nei propri spazi storici ai Giardini. La risposta non è tardata ad arrivare. L’artista israeliano Belu-Simion Fainaru, chiamato a rappresentare il suo paese nel padiglione nazionale, ha inviato una diffida formale, parlando di “discriminazione razziale” e “antisemitismo” e minacciando un ricorso fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Una mossa che ha trasformato una decisione curatoriale in un potenziale caso giudiziario internazionale. È qui che la crisi ha compiuto un salto di qualità. La Fondazione, attraverso il proprio ufficio legale, ha messo nero su bianco un elemento decisivo: le giurate potrebbero essere chiamate a rispondere personalmente dei danni in caso di contenzioso. Non si sarebbe trattato più solo di una disputa culturale o politica, ma di una questione patrimoniale diretta. Il rischio di dover risarcire - di tasca propria - eventuali danni richiesti dall’artista israeliano o dalla stessa Fondazione ha cambiato radicalmente lo scenario. 

Secondo quanto emerso durante l’ispezione a Ca' Giustinian del 29 e 30 aprile, ordinata dal ministero della Cultura, come ha appreso l'Adnkronos, le giurate sono state informate sia dell’impatto mediatico negativo della loro decisione sia della loro esposizione legale. È in questo contesto che è maturata la scelta di dimettersi. 

Nel frattempo, il caso era già da settimane all'attenzione del governo. Il ministero della Cultura guidato da Alessandro Giuli ha inviato gli ispettori a Venezia per fare luce sui rapporti tra la Biennale e alcuni Paesi, in particolare la Russia. L’ispezione - formalmente legata anche alle richieste di chiarimento provenienti da Bruxelles circa il rispetto delle sanzioni imposte alla Federazione russa dopo l'aggressione all'Ucraina - ha analizzato documenti, procedure e scelte organizzative. Ufficialmente il ministero si è dichiarato estraneo alle dimissioni, ma il tempismo è significativo: l’addio della giuria è arrivato proprio mentre gli ispettori lasciavano Ca’ Giustinian, nel pomeriggio di giovedì 30 aprile. 

Sul tavolo non c’è solo il caso russo. Anche Israele e Iran sono finite sotto osservazione, in un clima di crescente pressione internazionale. L’Unione europea è arrivata a minacciare la sospensione di 2,3 milioni di euro di finanziamenti del programma 'Creative Europe' per progetti legati al cinema. Di fronte al rischio di una crisi legale e finanziaria, la Fondazione guidata da Pietrangelo Buttafuoco ha compiuto una scelta drastica: cancellare la decisione della giuria e riammettere Russia e Israele alla competizione. È la scintilla finale. Da Gerusalemme, il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar ha esultato e attaccato: "Non c’è posto per la politica, i boicottaggi e l’antisemitismo nel mondo della cultura". 

A rendere ancora più instabile la situazione della Biennale Arte contribuisce un elemento spesso sottovalutato: l’assenza della curatrice Koyo Kouoh, scomparsa un anno fa. La mostra, intitolata "In Minor Key", nasceva da un’idea precisa: sottrarsi allo “spettacolo dell’orrore” per restituire dignità e ascolto. Un principio che sembra essersi infranto contro la realtà geopolitica. Senza una guida forte e con tensioni accumulate per mesi - in particolare sulla riapertura del padiglione russo - la Biennale arriva all’inaugurazione in condizioni di estrema vulnerabilità. 

Le conseguenze delle dimissioni della giuria sono immediate e clamorose. La cerimonia di inaugurazione del 9 maggio è stata cancellata (peraltro il ministro Giuli aveva già fatto sapere con largo anticipo che non ci sarebbe stato a causa della partecipazione russa). Con essa, la tradizionale assegnazione dei Leoni. Non c'erano i tempi tecnici per nominare una nuova giuria e così la Fondazione ha deciso di rinviare tutto al 22 novembre, ultimo giorno della mostra, citando esplicitamente “l’eccezionalità della situazione geopolitica internazionale”. Nel pieno della tempesta, Buttafuoco ha rilanciato con una soluzione senza precedenti: saranno i visitatori a decidere i vincitori. Nascono così i “Leoni dei visitatori”, un esperimento che ribalta il modello tradizionale basato su una giuria di esperti. Una scelta che il presidente ha definito “emergenziale”, paragonandola alle misure adottate durante la pandemia da covid. Dietro la mossa, però, c’è anche una necessità: tenere in vita la manifestazione, evitando un vuoto totale di legittimazione dopo le dimissioni della giuria. 

La crisi della Biennale Arte 2026 non è il risultato di un singolo errore, ma l’effetto cumulativo di più fattori: tensioni geopolitiche globali, fragilità istituzionali, rischi legali, pressioni politiche e assenza di una direzione curatoriale forte. La decisione iniziale della giuria - escludere Russia e Israele - ha agito da detonatore. Ma la vera esplosione è arrivata quando quella scelta ha incontrato il terreno minato del diritto internazionale, dei finanziamenti europei e degli equilibri diplomatici. (di Paolo Martini) 

 

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