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Ultim'ora | 18 settembre 2026, 13:13

La Russia al voto, l'economia peggiora e resta l'unica arma per esercitare pressione su Putin

La Russia al voto, l'economia peggiora e resta l'unica arma per esercitare pressione su Putin

(Adnkronos) - Sono i giorni delle elezioni in Russia. Una consultazione finta, come è evidente, perché il risultato non è contendibile. Il partito Russia Unita di Vladimir Putin non ha nessun reale concorrente e la popolazione è di fatto costretta all'ennesimo plebiscito. Nulla a che fare con le elezioni intese come espressione di una democrazia. C'è però un elemento, l'economia reale e le condizioni di vita dei russi, con cui, anche un regime che fabbrica artificialmente il consenso deve fare i conti.  

Nonostante siano sempre efficienti le armi di cui dispone, propaganda e sistematica disinformazione, quattro anni e sette mesi di guerra in Ucraina hanno completamente trasformato un tessuto sociale, sfibrato da inflazione, potere d'acquisto in progressivo deterioramento e prospettive sempre più povere. Quello che i dati ufficiali, pure in evidente peggioramento, faticano a rappresentare fedelmente è il livello di frustrazione dei russi che anche la macchina del Cremlino fatica a contenere.  

Il fattore tempo gioca in questo scenario un ruolo chiave. Se le iniziali aspettative di una vittoria lampo su Kiev si sono subito rilevate infondate, anche la sbandierata certezza di una vittoria definitiva si è progressivamente sgretolata. Con una conseguenza sostanziale: si assottigliano le residue capacità di tenuta.  

La trasformazione di un'economia fortemente sostenuta da produzione ed export in un'economia di guerra, esclusivamente alimentata dallo sforzo bellico, può essere sostenuta per un arco temporale definito e con la prospettiva di una vittoria sul campo. Al contrario, la guerra infinita che continua a spostare in avanti la prospettiva di una fine, allontana le possibilità di riconversione post bellica e alimenta il potenziale di una contrapposizione al regime, su più livelli.  

Il tempo che passa, con le risorse che diminuiscono, impoverisce la popolazione, mette a rischio definitivamente i patrimoni dei benestanti e le fortune degli oligarchi. Anche all'interno del regime, nelle posizioni di vertice più vicine a Putin, è emersa la netta contrarietà all'ipotesi di una mobilitazione generale, con l'economia interamente consegnata alla produzione bellica e il conseguente collasso definitivo del comparto produttivo civile.  

In questo scenario, si inseriscono le pressioni su Putin che arrivano da due binari diversi. Da una parte le sanzioni, sia quelle europee sia quelle americane, che insistono sulla strada dell'isolamento di Mosca e continuano a scommettere sull'efficacia di uno strumento che la Russia, con la complicità di alleati più o meno dichiarati, ha dimostrato però di saper neutralizzare almeno in parte. Dall'altra, la possibilità di utilizzare la prospettiva di accordi commerciali che possano dare ossigeno all'economia russa come un'arma per convincere Putin a trattare sulla fine della guerra in Ucraina. Questo schema, che secondo quanto scrive il New York Times ispirerebbe le ultime mosse di Donald Trump, potrebbe trovare una sponda proprio in quello che resta della forza persuasiva della cerchia di oligarchi alla guida delle grandi aziende di Stato.  

All'economia, da qualsiasi lato si guardi alla Russia di oggi, è legata l'ultima residua speranza di arginare il rischio che Putin possa continuare a fare della guerra uno strumento a uso 'personale', per garantirsi i margini necessari a conservare il potere. (Di Fabio Insenga) 

 

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