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Attualità | 18 giugno 2021, 10:41

E' morto Giampiero Boniperti, aveva 92 anni: la Juve e il calcio italiano piangono la leggenda bianconera

Presidente onorario della Juventus, è mancato nella notte per un'insufficienza cardiaca

E' morto Giampiero Boniperti, aveva 92 anni: la Juve e il calcio italiano piangono la leggenda bianconera

E' morto nella notte a Torino per un'insufficienza cardiaca Giampiero Boniperti, presidente onorario della Juventus, di cui è stato una bandiera prima come calciatore e poi come dirigente. Lo rende noto la famiglia all'ANSA.

Boniperti, che negli ultimi anni si era ritirato a vita privata, avrebbe compiuto 93 anni il prossimo 4 luglio. I funerali si svolgeranno nei prossimi giorni in forma privata per volere della famiglia.

Con lui se ne va un pezzo di storia della Juve e del calcio italiano. Era diventato per tutti il presidentissimo, visto che per vent’anni era stato al vertice della società, negli anni Settanta e Ottanta, portando I colori bianconeri in cima all’Italia, all’Europa e al mondo.

Nato per vincere

“Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”, era il suo motto, coniato da Vince Lombardi, lo storico allenatore dei Green Bay Packers del football: in America inventarono il SuperBowl per cercare di porre fine al lungo dominio della formazione del Wisconsin, in Italia per vent’anni, sotto la guida di Boniperti, la Juve vinceva un anno su due, se non di più, solo nell’ultimo decennio sta conoscendo una ‘dittatura’ di proporzioni ancora superiori.

Ma la Juve di Boniperti, con Trapattoni in panchina, fu anche capace di vincere in Europa, conquistando (con una squadra fatta di soli italiani) la Coppa Uefa nel 1977, bissando quel trionfo quattro giorni dopo con il famoso scudetto dei 51 punti (contro i 50 del Toro), al termine di un derby che durò per tutta la stagione su vette siderali. Nel 1984 la Coppa delle Coppe, seguita l’anno dopo dalla Coppa dei Campioni, anche se quel trionfo – che pure Boniperti rivendicò sempre con diritto – è passato alla storia per i 39 morti e l’orrore della notte dell’Heysel.

Atene e la notte nera dell'Heysel

La sua più grande delusione è stata la sconfitta di Atene, quando la Juve dei campioni del mondo, rinforzata da Bettega, Boniek e Platini si arrese in finale di Coppa dei Campioni dall’Amburgo, venendo anestetizzata dopo pochi minuti dal gol di Magath, dopo un torneo da applausi in cui aveva disintegrato ogni avversario.

Boniperti era noto anche per la sua parsimonia: da presidente, sapendo che la Fiat, soprattutto negli anni in cui il mercato dell’auto era in crisi, non poteva spendere e spandere con eccessiva libertà, faceva sempre molta attenzione a far quadrare i conti. Non per nulla, i bianconeri rinunciarono a comprare il giovane Maradona e alcuni anni prima, per ragioni analoghe, non era andata a buon fine la trattativa che doveva portare a Torino Gigi Riva (malgrado un’intesa di massima con il Cagliari, nell’affare sarebbe dovuto finire sull’isola il giovane Bettega).

Quando c’era da trattare il rinnovo dei contratti, quando ancora non c’erano i procuratori, Boniperti sapeva usare sempre argomenti convincenti per non aprire troppo I cordoni della borsa. Lo hanno confermato tanti giocatori di quella Juve stellare, da Tardelli a Cabrini, da Gentile a Paolo Rossi, che si vide incenerire da uno sguardo torvo, quando chiese un aumento di stipendio dopo essere stato il capocannoniere e il Pablito Mundial dell’estate del 1982.

Realtà e leggenda

Gira addirittura una leggenda (mai smentita) che lo volle, nell’estate del 1976, dopo lo scudetto del Toro, presentarsi in ritiro, al momento di discutere gli ingaggi, con la foto della formazione della Juve nell’ultima di campionato, persa a Perugia (risultato che consegnò il titolo al Torino) con la quale lui si rivolse ad ogni giocatore dicendo: “tu eri in campo”, per stoppare ogni possibile richiesta di aumento.

Sono diventati leggenda i suoi addii alla fine dei primi tempi delle partite, perché “in tribuna si soffre troppo”, diceva ai cronisti che lo inseguivano, mentre lasciava le tribune del vecchio stadio Comunale per rifugiarsi a casa e seguire la ripresa con l’orecchio attaccato alla radiolina per ascoltare “Tutto il calcio minuto per minuto”. Ricordi di un’epoca che non c’è più.

Giocatore e capitano straordinario

Ma prima di essere stato un eccezionale dirigente, che ‘toppò’ solo nel triennio 1991-94 (quando l’Avvocato lo richiamò al timone della società, dopo il clamoroso flop di Montezemolo), Boniperti fu un eccezionale calciatore. Soprannominato dagli avversari "Marisa" (nomignolo affibbiatogli dal giocatore dell’Inter Benito Lorenzi) per i suoi boccoli biondi, ha sempre giocatore per la Juve, dopo i primi passi mossi nella sua Barengo, la squadra del paese natale, in provincia di Natale.

Nel dopoguerra la sua voglia di vincere si scontrò con il dominio del Grande Torino, del quale fu acerrimo rivale ma anche il primo estimatore (prova ne sia che ha sempre considerate Valentino Mazzola il giocatore italiano più forte di sempre), ma nella stagione successiva alla tragedia di Superga l’egemonia granata fu interrotta proprio dalla Juve guidata da Boniperti, che bissò quello scudetto nel 1952. Quella Juve è stata quella più amata dall’Avvocato Gianni Agnelli, che ne era il presidente, ma forse la più forte fu quella, dopo diverse stagioni di magra, quella che mise in piedi il fratello Umberto (diventato nel frattempo il patron della società) che nell’estate del 1957 fece arrivare in Italia l’argentino Omar Sivori e il gallese John Charles.

Con ‘l’angelo dalla faccia sporca’ e il ‘gigante buono’, affiancati a capitan Boniperti, la Juve mise in piedi un trio delle meraviglie che vinse tre titoli in quattro anni, diventando la fidanzata d’Italia proprio quando il calcio diventava sport di massa e l’Italia conosceva il boom economico. Nel 1961, a 33 anni, Boniperti decise di appendere le scarpette al chiodo, dicendo che un calciatore di un certo livello non deve portare a spasso la sua figura se non è più in grado di giocare al top.

Dopo la sua uscita di scena rapidamente la Juve si inabissò e in un decennio (tranne lo scudetto vinto nel 1967, complice il suicidio della Grande Inter a Mantova) conobbe solo delusione, così che all’inizio degli anni Settanta l’avvocato Agnelli decise di affidargli il timone della società per aprire un nuovo ciclo. Un ciclo che sarebbe durato vent’anni, con tantissimi trionfi e poche delusioni.

L'addio dopo l'avvento della triade

Nel 1994, quando al timone della società tornò Umberto Agnelli, venne deciso il pensionamento di Boniperti per affidare la società alla triade Giraudo-Moggi-Bettega, che fece tabula rasa di tutto quello che era stato prima. Compreso Boniperti e ogni riferimento alla sua gestione. Salvo vedere poi calciopoli spazzare via quel vertice societario, oltre a condurre la Juve alla serie B.

L'avventura in politica

Proprio nel momento più difficile, Boniperti (dopo una breve esperienza politica nelle fila di Forza Italia) tornò a far sentire la sua voce, a quasi ottant’anni, per difendere la sua Juve e invitarla a rialzarsi e ripartire. C’è voluto qualche anno, ma nel 2012 il primo dei nove scudetti consecutivi di un’era che sembra infinita ha visto la firma anche di Alessandro Del Piero, quel giovanotto che Boniperti strappò al Padova nell’estate del 1993 e che è stato il capitano e il trascinatore di un’epopea bianconera, come aveva saputo esserlo in passato il suo mentore.

Oggi anche Pinturicchio piange il presidentissimo. Boniperti è stato la Juve e la Juve deve un grazie infinito a quest’uomo che ha fatto dei colori bianconeri una ragione di vita.

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