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Lifestyle | 14 marzo 2023, 12:03

"Diafano Opaco", il settimo capitolo del romanzo online di Maurizio Denti Pompiani

Foto: Maurizio Denti Pompiani

Foto: Maurizio Denti Pompiani

Un brivido mi attraversa la schiena. Estraggo dalla tasca il segnalibro dell’ormai, a questo punto, misteriosa fanciulla. Guardo attentamente quella lettera per controllare che sia veramente una emme, come se non l’avessi già fatto mille volte, prima. È una emme, chiaramente una emme, inopinabilmente una emme. La Emme di Matilde.

Il telefono di Click suonò troppe volte prima di rispondermi:

“Pronto, cazzo vuoi? Dài... che stavo lavorando.”

“Ciao Click, visto che non hai un cazzo da fare, prova a vedere cosa trovi su internet di una certa Marchesa Matilda o Matilde Negrotto Cambiaso!”

“Ma non hai uno smartphone?”

“No, ho solo il telefono aziendale del cazzo.”

“Perché? ... Te la vuoi trombare?”

“Se riesco a riesumarla, magari!”

“Eheheh! È morta?”

“Può molto essere!”

“Ti serve adesso?"

“Anche prima se possibile!”

“Perché tanta fretta?”

“Fatti i cazzi tuoi! Una volta tanto.”

“Non hai nessun altro a cui rompere le palle?”

“No! Sono misantropo!”

“Ok! Finisco qua e do un'occhiata. Poi ti richiamo”

“Muoviti!”

“Ok! Ciao, a dopo!”.

La cioccolata calda mi ustionò la lingua. Come sempre: puoi aspettare anche un'ora, tanto la cioccolata calda non si raffredda mai. Altro che i fantasmi, i veri misteri del mondo sono questi!

Il telefono suonò, risposi senza guardare il display:

“Cazzo vuoi?”

“Sono Damonte, della gioielleria, ricorda?”

“Ah! Mi scusi, pensavo fosse il mio amico... aspettavo la sua chiamata.” Figura di merda.

“Capisco!... - dice con tono di compatimento - È lei il signor Ranzetti dell'orecchino?”

“Sì, sono io!”

“Se vuole passare, ho qui il fornitore di cui le ho parlato che avrebbe qualche informazione da darle.”

“Arrivo subito! Due minuti e sono lì.”

Quando entrai nella piccola gioielleria del signor Damonte, un tizio chinato sul banco in atteggiamento confidenziale, si ricompose subito alla mia vista alzandosi dritto in piedi. Era Livio Presti che si presentò con un: “Piacere!” e una poco virile stretta di mano. Indossava un completo blu di taglio classico, camicia holl bianca a righe strette blu, cravatta Regimental, in disuso da secoli, church’s ai piedi e rolex aziendale al polso. A fianco, per terra, la sua valigetta, aperta, in pelle invecchiata marrone, con gli agganci rapidi in ottone, da classico agente di commercio.

“Piacere mio!”, risposi.

Damonte esordì dicendo:

“Il signor Livio, qui presente, ha confermato a grandi linee quello che le avevo anticipato io qualche ora fa.”

“Esatto! - irruppe il soggetto, impaziente di parlare - l'analisi del Valerio - lo chiamò in tono amicale -, è corretta. Naturalmente per avere dati più precisi sulla genuinità delle pietre occorrerebbero esami più specifici e approfonditi. Mi permetterei di aggiungere soltanto, all'impeccabile analisi del mio amico, che si tratta di un reperto storico. Potrebbe risalire al diciannovesimo secolo come potrebbe risalire addirittura alla prima metà del Settecento. È difficile capire così, su due piedi se si tratta di un Rococò oppure di un Nuveau. La linea stilistica che divide i due periodi è molto sottile. A volte, impercettibile.”

“Nuveau?”

“Si... Liberty!”

“Ah! Liberty… certo… appunto!”

Si avvicinò mostrandomi da vicino l'oggetto della sua analisi:

“Vede?”

“Che cosa esattamente?”

“Guardi i riccioli, gli arabeschi floreali, l'eleganza e la sfarzosità delle forme, la loro grazia. La gioiosità della fine lavorazione tipica del Rococò. Il Rococò nasce in Francia sotto il regno di Luigi Quindicesimo... Quindi parliamo del...?”

“...”, Boh!

“Della prima metà del Settecento”, disse, togliendomi cortesemente d'imbarazzo.

“Esatto!”, ribadii col tono sicuro di chi non sa niente.

“Esatto!”, confermò il Damonte ripetendo come una Gracula Religiosa.

“Vede - aggiunse l’esperto - questi motivi decorativi cercano di riprodurre la spensieratezza e la gioia di vivere tipici dell'aristocrazia del tempo. Il Rococò è meno pesante del tardo Barocco che lo precede e certamente non è austero come il Neoclassico che lo segue. Non so se lei è d'accordo.” Mi scappò da ridere ma mi trattenni tirando i muscoli delle mascelle.

“D'accordissimo, in effetti, sembra proprio un Rococò!”, millantai competenza, il gioielliere annuì anch'esso, però in modo più convincente del mio.

“Appunto, sembra Rococò ma non è detto che lo sia. Sembra non è un attributo sufficiente a dimostrarlo perché potrebbe benissimo essere stato confezionato a fine ottocento, da un artista Nouveau... allora si usava molto, negli ambienti aristocratici, rifarsi a quel periodo. E gli artisti del tempo, naturalmente, vi si adeguarono. Pur ritenendosi artisti, nel senso aulico del termine, non trascurarono certo l'aspetto ben più remunerativo del loro mestiere trasformando spesso la loro arte in... artigianato. Come è sempre accaduto nella storia, un po' come succede ai giorni nostri”

“Facevano le marchette insomma!” Partii schietto.

Mi guardarono entrambi con aria schifata da snob.

“Quindi: un ‘art Nuveau?” Chiesi. Subito, per rompere l’imbarazzo suscitato dalla mia triviale battuta.

“Io propenderei per questa ipotesi...”, rispose scuotendo la testa e allargando le braccia, mostrandomi il palmo delle mani, in segno esimente da ogni sua responsabilità. Continuò:

“Per quanto riguarda queste pietre il discorso si fa un po' più complicato”, a quel punto avrei voluto scappare se prima ho fatto la figura dell'ignorante adesso la faccio proprio del pirla! Pensai.

“Questa qui più grossa è il pezzo forte. Secondo me, è tormalina. Le Tormaline sono Boro-silicati complessi. Visto da diverse angolazioni, un cristallo di tormalina, spesso brilla di due o più colori contemporaneamente. In questo rarissimo caso le sfumature del colore passano dal verde porro al verde-blu al verde bottiglia, a seconda dell'incidenza e della qualità della luce che l'attraversa... Ma...”.

“...” (Io)

“...” (Damonte)

“Non è una Tormalina verde, come la maggior parte dei mercanti di gemme sarebbe subito portato a pensare deducendolo erroneamente dal colore - guardò il Damonte con aria da Sherlock Holmes, il quale, come Watson, ammise con gesto esplicito il proprio precedente refuso – in quanto questa pietra, è sì verde, evidentemente, ma lo è oggi. Lo è solo con questa luce. Quindi questa pietra oggi è verde perché piove, perché ci sono le nuvole. (A questo punto si aspettava l’applauso). In realtà si tratta di una rarissima tormalina cangiante dal fotocromatismo straordinariamente accentuato particolarmente preziosa. In più questa, nella fattispecie, è molto singolare. Non ne avevo mai viste di simili, e ciò mi dà adito a qualche dubbio, perché, di solito, come le ho detto, al variare della luce, in questo tipo di pietra, a cambiare sono solo, attenzione: le sfumature non tutto il colore... Strano!... Molto strano! Penserei a una pietra sintetica se non fosse per due motivi che me lo fanno escludere”

“E cioè?” Chiesi.

“Il primo è che non trovo il motivo per cui montare un sintetico, che non può che essere moderno, su una montatura antica. Il secondo è che si tratterebbe di un sintetico talmente raffinato che, se esistesse, costerebbe poco meno della pietra originale... e poi c’è questo vecchio taglio... a quanto mi risulta non si usa più. Non so neanche se ci sia ancora qualcuno in vita in grado di eseguirlo.”

Poi si spostò sotto i faretti della vetrina e continuò:

“Guardi qui: se calo la luce, riproduciamo quindi la notte - spense i faretti dicroici - la pietra tende a diventare trasparente, vede? È priva di colore. Al sole - agì sul varialuce mettendo la luce al massimo - tende al giallo. In penombra - schermò la luce con un foglio -, diciamo... col cielo coperto, il verde diventa molto più intenso. Oggi lei la vede verde, scusi se mi ripeto, perché piove.”

“Come le foglie degli alberi!”

“Prego?”, distolse a fatica lo sguardo catalizzato da quella gemma.

“Dico... come le... niente... Anche le foglie sembrano più verdi quando piove... non c'entra niente, mi scusi... stavo pensando ad alta voce.”

“Comunque, le Tormaline sono molto difficili da tagliare poiché è difficile individuarne e sceglierne il clivaggio, il quale, come ben saprà, incide non solo sulla qualità della pietra ma anche sul suo pleocroismo. È la ragione per cui non ce n'è una uguale a un'altra e per la quale vengono considerate l'epitome della vita. Per la loro individualità e al tempo stesso perché comprendono tutte le sfaccettature della complicata personalità tipica di ogni essere umano. L'abilità da cui il prestigio dell'artigiano, nel caso avesse di fronte un cliente di una certa importanza, stava nel trovare il clivaggio che meglio rappresentasse la persona che avrebbe dovuto indossare quella pietra. Questo implicava accurate indagini e una buona conoscenza del committente. Probabilmente questo artigiano, nella fattispecie, aveva individuato un clivaggio particolare che ha donato a questa pietra un pleocroismo più che forte, che è il massimo dei livelli classificati finora. Direi assoluto, se esistesse un livello di classificazione tale, il che fa di questa pietra una pietra unica. Molto particolare. Probabilmente destinata a una persona molto, molto importante! Una regina, una contessa… una persona comunque nobile o di alto lignaggio.”

“Una marchesa?”

“Probabilmente, anche, sì! A parte questo, la buona conduttività elettrica ed energetica della Tormalina e la sua ricchezza di elementi minerali la rende molto usata nella cristalloterapia, per chi ci crede in queste cose, come un'ottima veicolatrice energetica, in quell’ambito, si dice che abbia una specie di proprietà rigenerativa e ricostruttiva, serve a placare il sistema nervoso, favorisce l'armonia con la natura e le sue creature. Anche nella cromoterapia una pietra cangiante può avere molteplici applicazioni terapeutiche.”

“Una specie di sintonizzatore cosmico!”, irruppi ironicamente.

“Esattamente!”, rispose bruscamente, guardandomi serio, stupito dal fatto che potessi averci capito qualcosa.

Lo guardai, stupito almeno quanto lui, compiaciuto della mia fortunata uscita di cui ignoravo il significato. A quel punto, di fronte a tale erudizione provai un certo imbarazzo nel dover abbassare grevemente il livello dell’eloquio con un molto più prosaico:

“Si tratta di un oggetto di valore?”

I due commercianti si consultarono rapidamente scambiandosi uno sguardo in tralice che non mi piacque molto. Dopo una breve impasse il gioielliere prese per primo l'iniziativa:

“Ne stavamo giusto parlando prima che lei arrivasse. I brillanti sembrano autentici, la qualità dell'Onice è buona. Ma non è tanto quello. È quella Tormalina... ammesso che lo sia... di per sé non avrebbe tutto questo valore, se non fosse che questa ha delle caratteristiche che la rendono unica. Poi magari ci sbagliamo entrambi, ma personalmente, e penso di parlare anche per il mio collega qui presente, non ho mai visto una pietra del genere e con simili caratteristiche. Potrebbe essere un falso clamoroso, e io glielo dico francamente, propenderei per quest’ipotesi. Perché se fosse altrimenti... potrebbe valere una fortuna. La persona che lo ha perso ne sarà sicuramente molto dispiaciuta. È in possesso anche dell'altro per caso? Perché, in tal caso, si parlerebbe di qualcosa con un valore difficilmente stimabile.”

“No! Purtroppo no. Glielo detto: l'ho trovato al parco e c'era solo quello.”

“Un vero peccato. Mi spiace, comunque, di non poterla aiutare a ritrovarne la proprietaria. È un gesto nobile da parte sua. Però, se mi permette di darle un consiglio mi rivolgerei al commissariato, chiunque abbia perso un'oggetto simile ne avrà denunciato sicuramente lo smarrimento.”

Il rappresentante ribadì con un laconico:

“Concordo!”, con la stessa espressione che avrebbe il tizio in fila dietro di te alla cassa di un autogrill vedendoti diventare un Turista per sempre con il gratta e vinci che voleva comprarsi lui.

“È quello che farò. Grazie per il consiglio.”, dissi con l'espressione del turista per sempre.

Mi feci spiegare dove si trovava il commissariato.

“Devo qualcosa per il disturbo?”

“Lasci stare... vorrà dire che mi farà lo sconto sull'impianto solare.”

“D’accordo, senz'altro. Lei, nel caso, me lo ricordi... non si sa mai.” Sorrisi ed uscii.

Combattuto, tra un passo e l’altro tra il: chi se ne frega vendo le pietre e mi faccio un bel po’ di soldi e: la bellezza di quel viso sarà deturpata dalla sofferenza di un dispiacere enorme. Tenevo in mano il suo orecchino, magari un gioiello antico tramandato da generazioni, che sicuramente le avrà prestato la madre o la nonna con mille raccomandazioni e adesso ha perso. Chissà che angoscia nel doverglielo dire ai suoi e che dispiacere. Che dolore proverà più per la fiducia disattesa che per lo smarrimento dell'oggetto in sé. Una creatura così giovane e gentile non merita tutto ciò. E io potrei evitargli tutto questo dispiacere, magari addirittura una punizione fisica, semplicemente riconsegnandole il suo prezioso orecchino. E poi sarebbe un'ottima scusa per rivederla e approfondire la nostra conoscenza. Ma dai... Cosa fai? Ti metti a tampinare le ragazzine adesso? Potrebbe essere tua figlia. Vergognati! Pensavo e camminavo, un passo dopo l'altro, accompagnato da quel dubbio: Perché stai andando al commissariato vero? Che cazzo ci vai a fare al commissariato? Ma sì, forse è meglio così!

Tornai sui miei passi. Poi ancora verso il commissariato. Più e più volte. Ero stupito del mio, inconsueto, anelito morale. Incerto, dubbioso sul da farsi con la voce del mio diavoletto interiore mi diceva: “Io lo so perché stai andando al commissariato, caro il mio Luigi, altro che anelito morale del cazzo! È perché sai benissimo che quella e l’unica speranza di rivederla! Tu lo fai per rivederla. Ti sei innamorato forse? Non riesci a togliertela dalla testa ammettilo! E poi ti innamori di un fantasma? Tieniti l’orecchino e vai a casa che tanto quella è un fantasma.” E quella del mio angelo: “No! Non sarai mica così coglione vero? No! Così coglione no! Per una ragazzina che potrebbe essere tua figlia dai! E poi sei sposato! Hai un figlio! Ma fai la persona seria una volta tanto che sarebbe anche ora! Consegna l’orecchino e lascia che sia la polizia a rintracciare la proprietaria.”

Attraversai un parcheggio deserto con le strisce blu e subito dopo uno gremito in ogni posto con le strisce bianche. Un signore aprì la portiera di una Mazda rossa e spostò furbescamente in avanti il disco orario attirando su di sé gli sguardi, e gli improperi, degli attenti predatori in agguato da ore come Poiane di Harris in cerca di prede d'asfalto libero su cui parcheggiare gratuitamente le proprie ingombranti ali di lamiera.

Una di queste rallentò al mio fianco, quasi fermandosi, tirò giù il finestrino elettrico e mi chiese:

“Scusi ... va via?”

“No. Sono a piedi!”

Accostò, mise le quattro frecce e si riappostò, da buon predatore, in vigile e paziente attesa.

Auguri, pensai: mi sembrano le tartarughe d'acqua del laghetto del parco: troppe per troppo pochi sassi. Loro almeno hanno risolto il loro problema: si mettono una sopra l’altra e subito riconobbi che era una buona idea per un futuribile marchingegno di parcheggio.

(Tutti i diritti sono riservati) ©

Maurizio Denti Pompiani

maudenpo@gmail.com

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