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Lifestyle | 08 maggio 2023, 10:00

"Diafano Opaco", il sedicesimo capitolo del romanzo online di Maurizio Denti Pompiani

Ph. Maurizio Denti Pompiani©

Ph. Maurizio Denti Pompiani©

Quella notte lasciai la luce accesa, ebbi un sonno molto agitato, qualsiasi piccolo rumore o scricchiolio mi facevano scattare.

Saltai addirittura sul letto dallo spavento, quando squillò il telefono.

 

“Pronto sono Calcagno. Scusi per l’orario. La disturbo? Stava dormendo?”

“Signor Calcagno. Si figuri. Non dormivo affatto. Mi dica pure.”

“Volevo chiederle… se per lei non è un disturbo, di venire da noi per il closing del contratto lunedì subito dopo le esequie. Facciamo per le 14.”

“Guardi che, nel caso… noi capiamo benissimo la situazione, ho già parlato col mio principale e siamo disposti a procrastinare il tutto a data da destinarsi se…”

 

Cercai di essere il più accomodante possibile, ma lui continuò con tono asciutto:

 

“Se per lei non è un disturbo vorremmo chiudere per lunedì. Naturalmente l’estensione del suo alloggio sarà a nostre spese.”

“Ma non è assolutamente necessario, provvederemo noi…”

“Abbiamo già provveduto. Grazie. A lunedì!”

 

Riattaccò senza neanche darmi il tempo di rinnovargli le mie condoglianze.

Mancava poco alle tre e l’agitazione per lo spavento dovuto a quella telefonata mi convinse ad alzarmi e a scendere nella hall dove mi feci un infuso di malva caldo. Al mattino, tre tavoli dopo il mio, una coppia di coniugi meneghini, lui brizzolato con occhiali a montatura spessa, imbambolato a guardare il televisore e lei, camicia in chiffon scura a fiori grandi e chignon fermato con una vistosa spilla leggeva un libro spesso quanto una guida telefonica degli anni ottanta, sorseggiavano entrambi una bevanda calda con alcuni biscotti davanti a sé. Un bambino che avrà avuto cinque o sei anni sbucò da dietro il bancone e si scapicollò verso quei due. Scambiò qualche battuta vivace con la signora, ottenne un biscotto e poi si diresse verso di me.  Non era bello, aveva la faccia stupida e l’espressione sfigata del primo della classe.

 

“Ciao!” mi disse.

“Ciao. Niente scuola oggi?”

“Oggi è domenica, la scuola è chiusa!”

“Ah… Già… È vero.”

“Come ti chiami?”

“Luigi. E tu?”
“Alberto.”

“Piacere Alberto. Bel nome. Vai al mare dopo?”

“No. Vado alla piazzetta a giocare al pallone coi miei amici. I miei genitori vanno a un funerale.”

“Ah, di quella signora … Sì…”

“Tu non ci vai al funerale?”

“Uhm… Non so… Mi sa che andrò al parco, preferisco.”

“Anch’io ci vado al parco. È bello, pieno di fantasmi…”

“Perché dici così? Tu vedi i fantasmi al parco?”

“I fantasmi non si vedono mica. Io vedo tante persone al parco. Solo che alcune sono vere e altre no.”

“E come fai a sapere che non sono vere, se hai appena detto che i fantasmi non si vedono?”

“Il loro respiro non si sente”, mi disse sottovoce, avvicinandosi all’orecchio.

“Ah! – Annuii - facile. Basta usare la giusta percezione.”

 

Intanto arrivò la titolare con il thermos in mano:

 

“Alberto, lascia stare il signore e corri a vestirti, che è ora! Il suo caffè, signore. Lo zucchero…il latte…”

“Suo figlio mi raccontava dei fantasmi del parco.”

“Oh, non lo stia ad ascoltare. Vede fantasmi dappertutto. Anch’io da piccola ero fissata con i fantasmi, poi, sul più bello che mi ero convinta che non esistono, ho scoperto che sono l’unica cosa reale a questo mondo.”

 

Rise della propria battuta e se ne andò. Trovai il quotidiano locale, in prima pagina capeggiava la notizia della morte di Magda Lunigiani. Scorsi l’articolo che ne decantava le doti e l’impegno sociale, con l’odiosa e ipocrita prosopopea riservata solo ai defunti. Click non rispose al telefono perché dormiva come sempre a quell’ora e quando è a letto stacca il telefono. Volevo dirgli della telefonata notturna del cliente: che c’aveva azzeccato in pieno. Avevo tutta la giornata libera davanti a me. Paola era già stata avvertita la sera prima e così anche il mio principale. Una perturbazione piuttosto violenta era prevista per il primo pomeriggio, così decisi di approfittare della tregua meteorologica per farmi una passeggiata sul lungomare. Portai con me un libro di Hermann Hesse che stavo leggendo per la seconda volta a distanza di un trentennio. In caso di pioggia ovviamente sarei andato al parco, avevo qualche domanda da fare a quell’attrice… rumena, secondo l’etnolocalizzazione di Click, e questa volta mi promisi che non mi sarei lasciato ipnotizzare dalla sua bellezza.

Dopo pochi passi mi venne in mente una grossa incongruenza. In poche parole, secondo Click, il figlio del cliente, in combutta con un’attrice rumena, aveva organizzato una messinscena per farmi vendere a suo padre l’orecchino che mi avevano praticamente messo in tasca, ad un prezzo esorbitante. La domanda che mi facevo e mi avrebbe fatto anche Alberto, il bambino conosciuto a colazione, era: perché non mandare direttamente quell’attrice a vendere quell’orecchino a suo padre? Fu la domanda che posi a Click quando, vista la chiamata persa sul display del suo cellulare, mi richiamò:

 

“Te l’ho detto ieri, la suggestione. Per me ha a che fare con quella storia della marchesa. Stanno tentando di convincere te per convincere il vecchio.”

“Ok. Ma perché non mandare direttamente quella ragazza? Se quello fosse veramente l’orecchino originale la ragazza potrebbe dirgli: Guardi ho trovato questo orecchino e voglio tot. Poi si smazza di nascosto il ricavato con il figlio e via.”

“Proprio per quello! L’orecchino non è originale, il vecchio sarà un po’ rincoglionito, non possono mandare la ragazza a spacciarsi per la marchesa perché lui, la marchesa, la conosceva benissimo, tu sei un venditore, un venditore professionista convinto di quello che sta vendendo può essere molto convincente… In più hanno sfruttato la scusa dell’impianto fotovoltaico, prova a collegare il tutto.”

“Quindi, secondo te, vogliono convincere me di avere incontrato un fantasma? Ma dai! Ma quale fantasma? Tutt’al più mi hanno convinto di avere incontrato un gran pezzo di gnocca! Altro che fantasma.” Risi di gusto. Poi aggiunsi: “No, non possono aver pensato una cosa così. Non sta né in cielo né in terra, tu parli di un’organizzazione ad alti livelli, di una truffa organizzata da persone che muovono abitualmente un sacco di soldi, magari una setta pseudo-massonica, roba del genere, e questi basano tutta l’operazione su un cavolo di ectoplasma… Scusami dai… permettimi di dirti che questa è una grandissima cazzata. Avrebbero piuttosto fatto meglio a puntare sul classico pelo di… cioè… da quando mondo è mondo, se proprio devi intortare un uomo, soprattutto di mezz’età, da solo, in trasferta per lavoro, gli presenti una bella figa giovane… ma in carne ed ossa però. No?”

“Eh, sì… però… Non so cosa dirti, nel senso che, a volte… cioè, l’unica cosa che mi sento di dirti è che… può essere che certe persone giochino un po’ una specie di scommessa su quello che riescono ad ottenere sfruttando l’ignoranza e la credulità delle persone. C’era un film con Eddie Murphy su quei due miliardari che scommettono un dollaro sul fatto che mettendo un mendicante al posto di un affermatissimo broker, questi avrebbe ottenuto gli stessi risultati. Ovviamente non è la tua stessa situazione, ma, a me viene in mente una cosa così.”

“Piuttosto inverosimile, direi. Questo non è un film e la gente, nella realtà, non gioca con i soldi se non al casinò e Sanremo è a un’ora e mezza da qui.”

“Certo. A rigor di logica è così, ma qui si tratta di trovare un nesso logico tra qualcosa di esoterico ed essoterico. Tra la leggenda di un fantasma e un tangibile affare da milioni di Euro. Escludendo, logicamente, l’ipotesi fantasmagorica, rimane la truffa. Una truffa basata sulla superstizione. Non vedo altre ipotesi. Che fai oggi?”

“Vado al parco, il municipio è aperto oggi, gli uffici sono chiusi, ma il castello è aperto alle visite del pubblico.”

 

Il parco era abbastanza affollato. I residenti vi transitavano pigramente con la focaccia in mano e il giornale sotto il braccio. Alcuni sostavano nelle panchine leggendo, altri parlavano al proprio cane. L’area giochi era piuttosto affollata di bambini vivaci e genitori impigriti dalla festività. Il vento leggero apparecchiava le prime nuvole per il pomeriggio. Feci il mio ingresso nel castello dalla porta principale. Cominciai la mia visita dalle sale del pian terreno poi presi la scalinata che portava ai piani superiori. Incrociai un’addetta con tanto di badge al collo.

 

“Mi scusi, non sa mica se, in questo castello, esiste un ritratto della marchesa Matilde Negrotto Cambiaso?”

“Matilde Giustiniani, intende?”

“Ehm… non lo so… sì… può darsi…”

“Negrotto Cambiaso era suo marito, Pierino,”

“Eh… allora sì, penso proprio di sì. Esiste un ritratto di quella donna appeso da qualche parte qui dentro?”

“Ce n’è uno solo, è su nella torre, ma la torre è interdetta al pubblico.”

“E non si potrebbe…”

“Mi spiace è chiusa!”

 

Se ne andò lasciandosi dietro una densa scia di profumo alla violetta.

Proseguii la mia salita sulle scale, raggiunsi il secondo piano, il terzo.

Individuai la porta che portava su, alla torre. Era chiusa veramente. Mi trovavo solo in quella sala con quegli enormi quadri di chissà quali nobili antenati armati di spade e armature luccicanti che mi guardavano con aria severa e torva, ammonendomi di non fare ciò che avevo in mente. Provai a saggiare la resistenza di quella porta antica con una leggera spallata. Poi con una più forte. Nulla, era molto massiccia e quell’operazione troppo rumorosa e invasiva. M’intrufolai in un ufficio dove trovai un tagliacarte, sembrava piuttosto massiccio. L’esperienza maturata al liceo, come scassinatore di armadietti e trafugatore di merende, mi tornò utile. La porta si aprì. Salii le scale che sembravano interminabili, mi ritrovai in un ampio salone finestrato e molto luminoso, il panorama era stupendo, si poteva vedere tutto il parco e il mare, dal lato sud. Una ventina di quadri alti un paio di metri troneggiavano maestosamente sulle pareti. Uno di questi raffigurava una donna, molto bella, con gli occhi verdi, i capelli raccolti dentro un foulard dello stesso colore e una ciocca di capelli neri che le cadevano da un lato nascondendole un orecchio. Sull’altro c’era appeso un orecchino identico a quello che avevo in tasca.

 

“Ma lei cosa ci fa qui? Qui non ci può stare, come ha fatto ad entrare?”

 

Una voce urlante mi fece sobbalzare dallo spavento. Era un funzionario comunale dalla faccia molto incazzata.

 

“Mi scusi. Non lo sapevo… ho trovato aperto e sono salito.”

 

Il tizio stentò un po’ a credermi, ma, d’altronde, non avendo trovato segni di effrazione, non potè che dare credito alla mia affermazione.

 

“Questa è la marchesa Matilde Negrotto Cambiaso, immagino.”

“Quella è Matilde Giustiniani in Negrotto Cambiaso. Ha sposato Pierino Negrotto Cambiaso nel 1923 e rimase vedova nel 1925 ereditando la villa. Nei suoi stemmi vedrà solo il simbolo dei Giustiniani, una famiglia leggendaria, protagonista delle antiche imprese della Repubblica di Genova nelle isole del Dodecaneso, a cui lei apparteneva e, evidentemente, ne andava molto fiera. Visto che, secondo le leggi araldiche, lei avrebbe dovuto raffigurare negli stemmi anche gli elementi della famiglia del marito ma, incredibilmente, se ne guardò bene dal farlo. Uno dei suoi stemmi è affisso sopra la porta della serra monumentale qui da basso.”

“Una femminista ante litteram…”

“Sì, ma scusi. Devo accompagnarla giù, adesso. Qui non si può stare.”

 

Fu fin troppo accomodante, quel funzionario nell’accompagnarmi lì, da dove ero venuto.

 

“Un’ultima cosa: di cosa morì il marchese Pierino?”

“Non lo so. Non certo d’inedia.” Fece, il funzionario, guardando rapidamente la struttura intorno a sé, indicandomi con il braccio teso la porta d’uscita.

 

Così uscii dall’edificio con alcuni elementi in più da addurre alla nostra teoria, mia e di Click il quale, come al solito, aveva ragione sul fatto che un’immagine di quell’orecchino avrebbe potuto essere disponibile da qualche parte all’interno di quel castello. Dirottai verso Sud Ovest, quasi istintivamente, verso la famosa panchina. Alle tredici mangiai la focaccia che mi ero procurato in panetteria. Alle quattordici, come previsto dal meteo, cominciò una leggera pioggia. Osservavo da lontano la gente raggiungere i cancelli più vicini arrampicandosi sui sentieri ripidi, riparandosi dalla pioggia alla meno peggio. Una coppia di giovani, parzialmente protetti da un acero, si baciavano ardentemente. Quattro ragazzi, seduti lontani, si passavano una canna sotto il cedro monumentale e non fecero una piega. Poi c’ero io, un paio di cigni e basta. Guardai l’orecchino: la tormalina era verde.

La pioggia aumentò, per cui decisi di aprire l’ombrello che mi ero fatto prestare dalla padrona dell’hotel, accettando il suo lungimirante consiglio.

I ragazzi se ne andarono con gli occhi sfondati. Gli innamorati seguirono l’esempio. I Cigni restarono i soli a farmi compagnia.

Mi guardavo continuamente attorno aspettandomi l’auspicato incontro, ma il parco era umido e deserto. Nessun segno di anima viva, più o meno viva, né morta. Nulla. Cercavo di formulare mille ipotesi, le più disparate, ma non trovavo nulla che mi convincesse appieno. Neppure il parere di qualcun altro, compreso quello di Click, mi sarebbe stato utile, al contrario, mi avrebbe solo confuso le idee. A Paola non potevo dire nulla. Al mio capo ancora meno. Il fatto concreto era che io mi trovavo ancora lì, ancora in quel parco, nella vana speranza d’incontrare ancora il mio fantasma in carne e ossa, nonostante la mia tanto sbandierata pragmaticità, nonostante la mia sgamata saccenza e la consapevolezza dell’esistenza di un gioco a mio detrimento, ero ancora qui. Questo voleva dire una sola cosa: che, per quanto stupido e scontato, per quanto puerile e grottesco, questo strano gioco fosse, stava ottenendo da me, esattamente quello che voleva ottenere e cioè la mia presenza, in quel parco, proprio in quel momento. Sapevo benissimo che l’unico modo per interrompere quel gioco sarebbe stato andarmene subito da lì, era l’unica alternativa possibile, ma non ci riuscivo, troppa era infatti la voglia di rivedere quella ragazza. Lo trovai terribilmente stupido e infantile, mi trovai terribilmente stupido e infantile. 

Mi sentii ancora più stupido quando tornai alla fatidica panchina del primo incontro. Mi ci sedetti, alzando lo sguardo, scorsi nel punto esatto dove avevo lasciato il mio biglietto da visita, un altro biglietto. Mi alzai subito e lo presi, lo aprii e notai che era uno scritto con inchiostro verde.

Lo lessi:

 

Sono così intime le giornate di pioggia

passeggiate nei sentieri intirizziti del parco.

Potresti grattare il muschio dai muri antichi

fino a farti sanguinare le dita

o perderti tra i cerchi delle pozzanghere

nella loro versione capovolta del mondo

per volare sul cielo di liquidi specchi.

Chiudere gli occhi e lasciarsi trafiggere da mille aghi tra i capelli

Ascoltar d’ogni goccia il suo viaggio.

Percepirne l’odore, la malinconia.

 

Sono così intime le giornate di pioggia.

Così piene di tutto ciò che ci manca.

Così reali da non esserlo.

Nascere nel verde di foglie accese da lacrime vitali.

Morire nel giallo della loro estrema sofferenza.

Senza alcun rumore, nessun rimpianto.

 

Perse nella propria introspezione

Sagome sfocate

senza guardarsi

mescolano errori

 e flebili coscienze

Nella pioggia che non le lava

appaiono

svelate dalle gocce

 vetri senza finestre

riconoscendosi appena

si attraggono e lasciano.

Come tiepide lenzuola

abbandonate a stento.

 

Al mio Principe Ritrovato.

- M -

 

La firma era la sua ed io, il principe ritrovato. Una vampata improvvisa di gioia mi pervase. Non ne conoscevo il motivo, non sapevo il fine, non sapevo a che titolo, questa ragazza mi avesse coinvolto nel suo gioco, sapevo solo che ne ero felicissimo. Avrei corso sotto la pioggia cantando a squarciagola, declamando quella poesia che neanche avevo ancora capito bene, ma mi piaceva un sacco. Avrei avuto l’energia per arrampicarmi fino in cima ad un albero o nuotare per un chilometro senza fermarmi. Ma poi lasciai che la cauta e matura voce della diffidenza riprendesse il controllo sulle mie emozioni da adolescente quasi sessantenne e le nubi del dubbio tornarono ad oscurare il cielo terso della mia euforia.

All’improvviso vidi una ragazza correre disperatamente verso di me. Era completamente fradicia di pioggia, correva e si guardava indietro, sembrava inseguita, fuggiva da qualcuno. La riconobbi quando mi fu vicino. Si precipitò sotto il mio ombrello e senza che potei realizzare nulla mi baciò appassionatamente cingendomi il collo. Non cercai minimamente di divincolarmi mentre, con gli occhi ancora spalancati dallo stupore, vidi dietro lei, un uomo, sulla quarantina, trench cammello e calvizie incipiente, arrivare trafelato appresso. Si fermò a una ventina di metri da noi e cominciò a guardare nella nostra direzione con aria decisamente minacciosa. Lei staccò solo un secondo le labbra dalle mie, giusto il tempo di sussurrarmi di non preoccuparmi e di continuare a baciarla. Non fu un grandissimo sacrificio esaudire la sua richiesta, sebbene mi parve evidente che stavo fungendo da pretesto. Passarono due o tre istanti, minuti o anni, durante i quali cominciai a realizzare di stare baciando veramente quella splendida scapestrata. Cominciai a stringerla a me cingendola ai fianchi, poi lanciai l’ombrello chissà dove e con la mano libera le afferrai la nuca per spingerla ancora di più contro le mie labbra. La mia lingua sfiorò le sue labbra e lei schiuse immediatamente la bocca lasciando che incontrasse la sua. Sentivo i suoi seni contro il mio petto. Smisi totalmente di respirare. Aprii di nuovo gli occhi per controllare. Lo sconosciuto, se n’era andato, in quel mentre lei mi spinse dolcemente via.

 

“Cosa è successo?”, balbettai con il poco fiato che mi rimaneva.

“Ogni tanto mi succede. Meno male che c’eri tu! Grazie.”

“Ti succede cosa? Di baciare a tradimento qualcuno seduto su una panchina?”

“No, di essere importunata da qualcuno.”

“Ma chi è quel tizio?”

“Uno!”

“Uno chi?”

“Non lo so. A volte qualcuno pensa di poter fare quello che vuole con le ragazze, solo perché sono sole… Non so…”

 

Mise il suo inseparabile libro sulla testa per ripararsi: “Ciao, devo scappare.” e fuggì via sotto la pioggia battente.

 

“Ma, aspetta, ma dove vai?”

 

Guardai il vento che giocava trascinando il mi ombrello in mezzo al campo nelle pozze di fango. Lo lasciai fare.

Avrei voluto dirle tante cose, avrei voluto chiedergliene altrettante. Realizzai però che tutte le cose che non sarei riuscito a dirle, neanche parlandole per ore e ore, me le aveva dette lei, in silenzio, nel breve tempo di un bacio.

Non ti montare la testa, quel bacio era solo un pretesto per scappare da quel maniaco. Sei stato strumentalizzato.

Però io non respiravo.

Però lei non respirava.

Il sentiero verso il cancello Nord lo feci quasi tutto ad occhi chiusi, passando la lingua sulle mie labbra per coglierne ancora il sapore delle sue. Avevo ancora addosso il suo profumo d’assenzio.

Ebbi la sensazione di essere seguito. Accelerai il passo.

Mi voltai più volte indietro per cercare di scorgere qualcuno, senza esito.

Passai lasciandomi a sinistra l’uscita ad Ovest che attraversa il finto borgo medievale e transitai dallo stretto vicolo dietro il castello. La sensazione di essere pedinato crebbe, e con lei, una certa paura non ben definita. Fu allora che, con un movimento repentino del capo, verso l’alto, lo vidi che mi stava osservando. Era l’uomo dal trench cammello che seguiva la ragazza prima e adesso seguiva me. Vistosi scoperto lui si ritrasse velocemente all’interno dalla balaustra. Decisi di proseguire facendo finta di niente. Sul vialetto prospiciente alla serra sentii i miei e i suoi passi, dietro di me, sulla ghiaia. Al cancello d’uscita cominciai a correre improvvisamente. Il Non-Bar era chiuso. Corsi giù dal carruggio principale senza voltarmi e guadagnai il mio hotel dove millantai un minimo di contegno alla reception, dietro il banco della quale, la mamma di Alberto, pur chiedendosi molte cose, si limitò a passarmi le chiavi. Prima di salire mi soffermai un attimo per attendere il passaggio davanti alla porta di vetro del mio inseguitore, cosa che però non avvenne.

Una volta in camera, al telefono, a Paola dissi che non vedevo l’ora che venisse presto l’indomani e la conclusione di quel contratto. Non raccontai null’altro.

Chiamò la reception:

 

“Signor Ranzetti, c’è qui un signore che le ha riportato l’ombrello. Dice che l’ha lasciato al parco, che ha tentato di riconsegnarglielo ma lei è fuggito via.”

“Ah, sì. Grazie. Lo ringrazi da parte mia.”

“Dice che vuole parlarle un minuto.”

“Gli dica che ho da fare. Che sono occupato con il lavoro…”

“Insiste signore. Dice che è solo per un minuto e poi toglierà il disturbo.”

“E va bene. Arrivo.”

 

Quando giunsi alla reception il signore col trench accennò un sorriso rassicurante e si scusò per il disturbo. Ci scambiammo i nomi, il suo era Sergio Cipriani. Ci accomodammo in un salottino di poltrone in similpelle anni settanta con un orribile tavolino basso in cristallo e ottone.

 

“Allora, signor Sergio, mi dica.”

“Innanzitutto mi scuso per averla spaventata. Non saprei da dove cominciare. Mi sento stupido, non vorrei sembrarle ciò che in realtà non sono. Guardi. Io sono una persona seria, un padre di famiglia. Faccio il rappresentante di olio e vino e lavoro qui in Liguria da più di vent’anni ormai. Questa città la conosco molto bene, ho un appartamento su in pineta.”

“Va bene, sono contento per lei. Immagino che non sia per dirmi questo il motivo per cui mi voleva parlare.”

“Infatti non lo è. Il motivo è che vorrei avere delle informazioni riguardo ad una persona che penso lei sia in grado di fornirmi.”

“Quale persona?”

“La ragazza che l’ha baciata poco fa, al parco, ovviamente.”

“Lei è un detective?”

“No.”

“Un poliziotto?”

“No, gliel’ho già detto: sono un semplice agente di commercio.”

“Posso sapere perché cerca queste informazioni?”

“Le cerco perché penso di aver perso la testa per quella ragazza.”

“Probabilmente non voleva essere raggiunta da lei, non se l’è chiesto?”

“Certo che me lo sono chiesto. Ma all’inizio non era così. Pensi che è stata lei ad approcciarmi. Tanto è vero che pensavo si trattasse di una prostituta, io ho quarantasei anni, mentre lei è così giovane… è semplicemente meravigliosa.”

“Le ha chiesto da accendere per caso?”

“No affatto, perché? Mi ha approcciato chiedendomi se fossi un botanico, perché doveva curare una pianta ammalata. Tra l’altro una pianta del parco comunale, si figuri.  Evidentemente un pretesto, anche piuttosto infantile, direi. Ho capito subito che avevo fatto colpo su di lei.”

“E le è bastato così poco per innamorarsene?”

“Mi è bastato guardarla. Non ho mai visto una creatura del genere in tutta la mia vita, so che le sembrerà assurdo… ci sono tante belle ragazze a questo mondo.”

“Meno di quanto creda… meno di quanto creda. La domanda è: basta la bellezza a fare innamorare di una persona?  Non ci vogliono altri elementi, come l’affinità caratteriale, interessi in comune, cose di questo genere?”

“Perché me lo chiede? Di cosa mi sta accusando?”

“Perché lo sto chiedendo a me stesso, a dire il vero. In più, a me, ha anche baciato.” Risi. “Non sto accusando lei, sto accusando me stesso.”

“In teoria sì. In pratica…deve trattarsi di una specie di richiamo animale. Una specie di istinto.”

“Posso dirle che siamo due coglioni?”

“Nella misura in cui facciamo parte di quella specie. Sì, può dirlo.”

“In ogni caso, quella ragazza non mi sembrava particolarmente entusiasta di vederla. Io le consiglierei di evitare ogni qualsivoglia approfondimento non consensuale. Si chiama stalking, se ricordo bene.”

“No, no… Certo… Era per dire. Ma lei conosce il suo nome, dove abita… la sua occupazione? Che informazioni è riuscito ad avere su di lei?”

“Lei ha qualcuna di queste informazioni per caso?”

“Nessuna purtroppo.”

“Io quanto lei. Mi spiace, non posso aiutarla.”

“Peccato. Almeno lei l’ha baciata, è stato fortunato.”

“Sono ancora scosso dall’emozione. Per fortuna ho un lavoro di cui occuparmi. Me ne farò presto una ragione. Adesso, se permette…”

“Mi dica almeno il suo nome. Soltanto il suo nome. Lo prenda per un atto di pietà. È atroce non poter dare un nome alla propria afflizione. È come piangere su una tomba vuota.”

“Caro il mio signore, mi sembra veramente sconvolto. Io le consiglierei di calmarsi e riordinare le idee. Capisco il suo coinvolgimento emotivo, il suo stato d’animo verso quella splendida creatura la cui bellezza, penso, sia inopinabile. Ma resta pur sempre un’estranea e che non vuole essere importunata. Lo capisce questo? Anch’io, come lei, non sono riuscito a carpirle alcuna informazione che potesse ricondurmi in qualche modo a lei, se non… Ah, lasciamo perdere.”

“No, mi dica, mi dica! Se non? …”

“No ma… Qui andiamo nel surreale… nell’assurdo…”

“Qualsiasi informazione, la prego, mi guardi, sono un uomo sposato, un tranquillo padre di famiglia, di sani principi e un buon lavoro, a duecento chilometri da casa. Mi sono innamorato follemente di una ragazzina conosciuta per caso, con cui ho parlato dieci minuti in un parco di una città grande come un paese. Penso di averla solamente idealizzata, è l’unica spiegazione che possa darmi a questa pazzia. Penso che solo un incontro tangibile possa riportarmi alla realtà. Se quella rimarrà un ideale, temo che non potrò mai più ritornare con i piedi per terra. Pensa davvero che il surreale e l’assurdo possano essere motivo di sgomento per me?”

“Va bene, ma la prenda per com’è, tenga conto che io non credo a queste stupidaggini.”

“Va bene, certo, mi dica.”

“Le dicevo che non ho nessuna informazione di quella ragazza, ed è così, se non alcune… direi molte, oramai, analogie con il personaggio di una leggenda locale. Penso che sia un suo comportamento studiato, ispirato a quel personaggio. Nel senso che lei si comporta, si atteggia, come la Marchesa Matilde Negrotto Cambiaso. Il libro, la ricerca dell’orecchino, il fatto che comunichi con gli alberi… tutti comportamenti tipici di quella marchesa della cui vita e abitudini, pare sia molto informata. Conosce quella leggenda?”

“No… E non lo è?”

“Che cosa?”

“Quel personaggio, intendo…”

“Direi di no!”

“Come fa a saperlo?”

“Perché quella marchesa è un po’ defunta.”

“Un po’?”

“È una battuta. È molto defunta.”

“E se si trattasse di un gioco di ruolo? Lei cosa ne pensa?”

“Presumibilmente è così. L’ho pensato anch’io. Sto cercando di chiarirlo.”

“Quindi il detective è lei.”

“No. Sono un suo collega. Probabilmente lo sono anche come sensibilità sentimentale. Probabilmente ci siamo entrambi invaghiti di una splendida millantatrice. Una cosplayer. Una bellissima egocentrica in cerca di affermazione continua, come ce ne sono tante, sempre di più, direi. Le consiglio di lasciarla perdere. La troverà su qualche social media come influencer o blogger o entrambe. Provi su Only fans, magari, pagandola, le mostrerà pure le tette. Adesso, mi perdoni ma, devo riposare. Domani mi aspetta una giornata molto importante.”

“Prego. Seguirò i suoi consigli. Scusi ancora per il disturbo e grazie per la sua disponibilità.”

“Si figuri. È stato un piacere. Mi spiace di non averla potuta aiutare.”

 

La faccia triste e disillusa di quell’uomo, che prima mi aveva terrorizzato, ora mi faceva solo pena.

Le labbra di quella dolce fuggitiva, invece, mi baciarono l’anima per tutta la notte.

Autore: Maurizio Denti Pompiani©

maudenpo@gmail.com

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