La salvezza di BCS passa da una proroga. La storica azienda dell’agrimeccanica, con stabilimenti ad Abbiategrasso, Cusago e Luzzara e circa 500 dipendenti complessivi, ha chiesto al Tribunale di Milano un ulteriore rinvio di 60 giorni della procedura di concordato preventivo in continuità, con l’obiettivo di individuare nuovi investitori e reperire le risorse necessarie per garantire il futuro produttivo del gruppo.
La richiesta arriva dopo la scadenza dell’8 giugno e rappresenta un passaggio cruciale per una realtà industriale che da mesi sta affrontando una profonda crisi finanziaria. La situazione è stata al centro dell’audizione convocata nella Commissione Attività Produttive del Consiglio regionale della Lombardia, a Palazzo Pirelli, dove istituzioni, azienda e sindacati hanno fatto il punto sulle prospettive del gruppo.
La crisi di BCS ha radici lontane. Dopo il tentativo fallito di composizione negoziata con gli istituti di credito, l’azienda ha fatto ricorso alla procedura prevista dall’articolo 44 del Codice della crisi d’impresa, una sorta di “preconcordato” che consente di ottenere tempo per predisporre una proposta ai creditori e individuare soluzioni industriali e finanziarie.
In attesa della decisione del Tribunale, la società continua a cercare partner disposti a entrare nel capitale e a sostenere un piano di rilancio. Una ricerca che, secondo i vertici aziendali, deve però concludersi rapidamente.
«C’è bisogno di una certa urgenza nell’ingresso di nuovi capitali, altrimenti la società rischia di fermarsi completamente e, una volta interrotta l’attività, sarebbe molto difficile farla ripartire», ha spiegato Matteo Rossini, intervenuto in Commissione per conto dell’azienda.
I numeri della crisi fotografano una situazione complessa: negli ultimi anni il gruppo avrebbe accumulato oltre 40 milioni di euro di debiti e registrato nell’ultimo esercizio una perdita di circa 10 milioni.
Grande preoccupazione arriva anche dal fronte sindacale. Antonio Del Duca, segretario della Fiom Cgil Ticino Olona, ha sottolineato il rischio di disperdere un patrimonio di competenze costruito in decenni di attività. «Rischiamo di depauperare una ricchezza straordinaria in termini di professionalità e manodopera qualificata, elementi che renderebbero poi estremamente difficile una futura ripartenza», ha affermato.
Sul dossier si è attivato anche il Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Lo scorso 27 maggio una delegazione sindacale e i consulenti dell’azienda sono stati ricevuti al Mimit per un primo confronto istituzionale. All’incontro ha preso parte anche Invitalia, che secondo Carlo Bianchessi, dell’Unità Organizzativa Competitività e Sostenibilità delle Imprese di Regione Lombardia, potrebbe rappresentare «un tassello importante nell’individuazione di una possibile soluzione».
Il prossimo appuntamento è fissato per il 30 giugno, quando al Ministero è previsto un nuovo tavolo di confronto dedicato alla vertenza.
Nel frattempo Regione Lombardia assicura il proprio sostegno ai lavoratori. «La Regione difenderà i posti di lavoro e seguirà con attenzione l’evolversi della situazione», ha dichiarato il presidente Attilio Fontana.
Mentre all’interno del Pirellone si discuteva del futuro dell’azienda, all’esterno i lavoratori di BCS, insieme ai dipendenti di Electrolux, hanno dato vita a un presidio con bandiere e megafoni per richiamare l’attenzione delle istituzioni sul tema dell’occupazione e della tutela del lavoro.
Le prossime settimane saranno decisive. Dalla risposta del Tribunale e dalla capacità di attrarre nuovi investitori dipenderà il destino di una delle realtà storiche della meccanizzazione agricola italiana e di centinaia di famiglie che guardano con crescente apprensione all’evoluzione della vicenda.














