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Eventi | 04 settembre 2019, 10:21

Palio di Mede Dieci rioni, dieci storie

Fu nel 1981 che il professor Giuseppe Masinari, storico e studioso della Lomellina, diede corpo e soprattutto anima a un sogno, il Palio di Mede. E così la seconda domenica del mese di settembre, la cittadina ritrova i suoi rioni, le sue radici, caratterizzate dalle attività di un tempo, trovando l’occasione per stare insieme, condividendo colori ed entusiasmo. Dieci sono i rioni in cui venne divisa la città

Palio di Mede Dieci rioni, dieci storie

Per chi arriva a Mede provenendo da Milano il primo rione che s’incontra entrando in città è quello di Al Cruson, con i suoi drappi con una croce bianca in campo rosso.

Noto per aver ospitato, fino agli anni Cinquanta, una serie di rinomatissime fabbriche di carri e carrozze, oltre a alcune famiglie di falegnami, il quartiere prende la sua insolita denominazione dal fatto che, agli inizi del Settecento, vi venne collocata una croce di legno, oggi perduta, come ringraziamento per la fine di una terribile pestilenza.

I simboli del rione sono una pialla da falegname, una sega e altri arnesi di questo mestiere.

Arrivando alla fine del Cruson, la strada si divide in due biforcazioni, che conducono a sinistra al rione del Gab e a destra a Piasa Giaretta.

Dal drappo verde come l’erba, Al Gab conserva nel suo nome il ricordo di quando, un tempo, era solo campagna e le capitozze, “gab” in dialetto lomellino, venivano raccolte per essere utilizzate come legna per il fuoco o per il lavoro dei contadini.

Col passar del tempo il quartiere divenne la sede prediletta di muratori e imbianchini, di cui ci rimane il ricordo nei simboli, che sono la cazzuola da muratore, la livella, il pennello da imbianchino, la squadra e un rametto di capitozza.

Invece Piasa Giaretta, che si trova nel centro del paese, ha da sempre rappresentato, con il suo drappo rosso e giallo, il cuore pulsante della vita di Mede.

Costruita nel 1856, quando il Comune acquistò la villa appartenente alla famiglia Tagliacarne, la piazza viene affettuosamente chiamata Giaretta per via del ghiaietto che un tempo ne ricopriva la superficie.

Nei suoi simboli, una leva da dentisti, attrezzi da sarto e sellaio, caratteri di stampa e l’abecedario, vi sono gli echi del suo passato, quando ospitava le scuole e artigiani come stampatori e flebotomi.

Proseguendo a sinistra della piazza troviamo i quartieri del Pasquà e del Busch, da sempre storici avversari durante il Palio.

Da pascolo per le pecore e le mucche, in poco tempo Al Pasquà, dalla bandiera gialla e marrone, divenne il rione dei tessitori e del fabbricanti di olio, denominato in dialetto lomellino “tissiu” e “julié”.

Anche se oggi non ci sono più, la loro eredità rimane nei simboli del quartiere, che sono un mazzo di erba fresca, una latta d’olio, una spola di filato e della tela fatta a mano. Invece il vicino quartiere di Al Busch, un tempo, era un semplice viottolo di campagna segnato da una siepe di rovi che strappavano l’erba dai carri che vi passavano, da qui il nome del rione, “ad busch” cioè pagliuzze in dialetto.

I suoi simboli, un fascetto di pagliuzze e attrezzi da zoccolaio, ricordano che nel rione furono attivi i fabbricanti di ceste, quelli che lavoravano il legno e gli zoccolai. Invece a destra della piazza si arriva ai rioni di Jangial, Roca Bianca, San Roc, San Banardin e Al Marcanton.

Di origine relativamente recente, il quartiere di Jangial risale alla fine del Settecento, quando arrivarono a Mede i francescani, che s’insediarono nella chiesa degli Angeli fino al 1807, quando Napoleone fece sopprimere tutti gli ordini ecclesiastici.

Ancora oggi il quartiere, con la sua bandiera bianca e i suoi simboli, che sono una stola da farmacista, un libro e due candeline, un attrezzo da bottaio e un uovo, conserva la memoria di quei frati, che erano abili farmacisti e grandissimi bibliotecari.

La Roca Bianca, con il suo drappo giallo e nero, è considerata da sempre il più antico nucleo abitato di Mede. Infatti durante l’Impero romano ospitava le botteghe dei fabbri, mentre nel Medioevo era la sede della Rocca di Mede, oggi andata perduta.

Il suo passato è ricordato anche dai simboli, che sono gli attrezzi da maniscalco e fabbro, il ferro da cavallo e i chiodi per fissare gli zoccoli.

Da sempre il quartiere del mulino di Mede, San Roc, con il drappo bianco e verde, deriva il suo nome dalla chiesetta consacrata al santo francese, protettore degli animali e dei pellegrini.

Il suo passato, quando era uno dei mulini principali della Lomellina, gestito dalla famiglia Masinari, rivive nei suoi simboli, che sono la farina, il riso e gli attrezzi da mugnaio.

Contrariamente al suo vicino, il quartiere di Al Marcanton inizialmente non godette di una buona fama, essendo popolato di malfattori e criminali di ogni genere, arrivati al seguito degli Spagnoli nel Seicento.

Solo nell’ottocento, con l’arrivo dei fornai che collaboravano con il mulino di San Rocco, il rione venne riabilitato. Il suo drappo, dai colori nero, rosso e giallo e il suo simbolo, un pane con un coltello piantato al centro, ne ricordano la duplice natura. Da una semplice edicola in mezzo ai campi, invece, nacque il quartiere di San Barnardin, che col passar del tempo venne bonificato e reso vivibile dai monaci benedettini che erano giunti in quelle terre per ordine di San Bernardo.

Sia nella bandiera, verde e marrone, che nei simboli, che sono il grano, le tife, frutti delle paludi e il riso, sono ricordati questi tenaci e silenziosi lavoratori, tra i primi ad arrivare nella Mede medievale. 

Paola Montonati

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