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Sport | 06 dicembre 2022, 13:42

Addio a Nick Bollettieri, il mentore dei numeri uno (nel tennis)- di Teo Parini

Addio a Nick Bollettieri, il mentore dei numeri uno (nel tennis)- di Teo Parini

Agassi, Becker, Rios, Courier, Sampras, Serena e Venus Williams, Sharapova, Jankovic, Seles, Capriati e Hingis hanno in comune almeno tre cose. Tutti sono stati, in momenti diversi, grandissimi campioni del tennis; di più, del tennis, hanno occupato la prima posizione del ranking mondiale; sono passati per le mani di Nick Bollettieri, appunto, l’uomo dei numeri uno.

Origini italiane, i suoi genitori lasciarono Napoli per raggiungere gli States, Nick nasce in un sobborgo di New York le cui peculiarità non sono tanto diverse da quel che ci si aspetti: la multietnicità, la passione per il football e la difficoltà diffusa nel mettere nel piatto pranzo e cena. Il padre avrebbe voluto fare di lui un brillante avvocato ma, dopo gli studi filosofici portati a compimento e l’abbandono precoce degli studi di giurisprudenza, Nick si mette in testa che la sua strada e quella del tennis non solo siano destinate a incontrarsi ma che, insieme, tracceranno una strada rivoluzionaria per lo sport che fu pallacorda. Sbagliò per difetto, perché sui libri che parlano seriamente di tennis c’è un prima e un dopo Bollettieri, uno spartiacque, più che una rivoluzione una deflagrazione epocale.

Rino Tommasi, usando una metafora azzeccata, era solito ammonire sul fatto che per essere un buon fantino non fosse necessario un trascorso da cavallo. Detto terra a terra, tra i requisiti di un grande allenatore non c’è quello di avere trascorsi da campione. A cambiare i connotati del calcio, del resto, fu Sacchi e non Platini e, infatti, Bollettieri a tennis giocava tremendamente male. Al punto che gli esordi da coach gli fruttano due o forse tre dollari all’ora, emolumenti che sono solo amici e parenti a corrispondergli. Questione di tempo. Bollettieri è un visionario, coltiva dove gli altri credono non possa crescere un filo d’erba, punta sempre in alto. Siamo nel 1978, l’egemonia delle racchette in legno e budello pare destinata a proseguire a lungo e, soprattutto, la disciplina è ancora rigorosamente ancorata sul gioco verticale: il punto comincia a fondo campo e si conclude a rete. Bollettieri fonda l’accademia che porterà il suo nome anche quando il colosso IMG finirà per acquisire il gioiello senza toccare una virgola della gestione tecnica e la storia secolare del tennis sta per ricevere uno scossone. Pochi campi, per ora, tante idee. Anni addietro è stato un Marines e si vede lontano un miglio: i suoi metodi di allenamento sono feroci, sul campo non si scherza e fuori non sono ammesse concessioni di alcun genere. È il concetto di accademia militare applicato al tennis e ai suoi futuri dominatori.

Fin qui, forse, ancora nulla di eclatante, tanto che sono sempre in molti quelli che osservano quest’uomo perennemente abbronzato, occhiali da sole fluorescenti, torso nudo e ironia pungente, alla stregua di un cialtrone. Che ingenuità. Per riscrivere le regole del tennis, una volta messa a punto la disciplina, serve però l’idea geniale che spariglia il mazzo di carte, e la sua ribalta il tavolo da gioco con tutte le fiches sopra. Bollettieri, per il tennis, è Euclide che incontra Newton. La verticalità di cui sopra ruota il suo asse di novanta gradi tanto che il punto dev’essere guadagnato lontano dalla rete colpendo la pallina il più forte possibile. Il nuovo mantra è quello di imparare a muoversi alla velocità della luce con i piedi sempre incollati alla riga di fondo e senza mai indietreggiare, ciò a costo di impattare perennemente di controbalzo. Piedi veloci nella ricerca della palla, coordinazione robotica occhio-mano e, requisito se possibile ancor più imprescindibile, una forza mentale inviolabile, diventano il patrimonio genetico del giocatore moderno. La transizione dalla danza classica alla marcia militare, dal Bolshoi al campo di battaglia, dal fioretto al bazooka.

Nasce il tennis del corri-e-tira, quello degli attaccanti da fondocampo, la trasformazione del playground in un flipper ad intensità asintoticamente tendente all’infinito e la sublimazione del concetto di pressione. Insomma, è tutto un altro sport. Bollettieri è esigente, troppo per alcuni, ma ai pupilli che sceglie di allenare non chiede di essere bravi bensì i più bravi, ed è così che il passaggio in accademia diviene ben presto garanzia di successo. “I migliori atleti sbagliano, i cattivi atleti ripetono gli stessi errori”, era solito ripetere in quello che può essere preso come il manifesto della sua innovativa visione tennistica tutta solidità e sostanza. Perché, nella sua mente, una strada per la gloria esiste sempre, deve solo essere accuratamente individuata.

Un giorno, a fargli visita è una donna accompagnata da un ragazzino la cui voglia di diventare un giocatore vero è tangibile. Forte, per carità, ma ha problemi irrisolti con il rovescio e la richiesta che viene avanzata a Bollettieri è quella di colmare una lacuna che pare essere insormontabile. Nick lo mette in campo, pochi attimi, un paio di consigli e qualche pallina colpita nemmeno troppo bene. Signora – disse – non serve incaponirsi sul lato debole di suo figlio, faremo sì che diventi il numero uno senza mai giocare quel colpo. Si chiamava Jim Courier, aveva un lato sinistro tremebondo che pareva lo swing del baseball e, ovviamente, il miglior giocatore al mondo lo diventò per davvero. Tuttavia, il sodalizio per eccellenza, quello per distacco più iconico, fu senz’altro instaurato con Andre Agassi, unione di personalità antitetiche in un rapporto di odio e amore che fece dell’improbabile un questione prima possibile e poi leggendaria. L’intreccio di tennis, costume e marketing che rappresenta il momento zero dell’universo tennis così come, trent’anni più tardi, lo si concepisce oggi. Bollettieri lo comprese trent’anni fa, con imbarazzante anticipo sulla concorrenza.

Otto mogli e un nutrito numero tra figli e nipoti, Bollettieri è rimasto attaccato al suo mondo fino all’ultimo istante. Ieri, a novantuno anni compiuti, se n’è andato, non prima di aver esibito al mondo quel sorriso un po’ spaccone di chi ha il merito di intuire spesso prima degli altri quale, tra gli infiniti intrecci possibili, sia l’opzione migliore per raggiungere l’obiettivo prefissato. Disse un giorno: “Puoi cambiare la tua vita, mutando il tuo approccio mentale. Nei momenti difficili, se cadi può non essere colpa tua ma è certamente colpa tua se non ti rialzi. Devi crederci per arrivare al successo”. Il tennis, che della vita è meraviglioso paradigma, è infatti la successione inesausta di cadute e risalite che si è chiamati a gestire raschiando il fondo del serbatoio mentale. Bollettieri, in tal senso, ha prima scoperto il “cosa” e poi teorizzato il “come’, il tutto senza troppi orpelli. Perché non ci si siede mai finché non si è giunti in cima alla montagna.

Buon viaggio, Nick

Teo Parini

 

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