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Sport | 14 febbraio 2023, 20:00

Morire a San Valentino. Chiedimi chi era il "Pantadattilo" - di Teo Parini

Morire a San Valentino. Chiedimi chi era il "Pantadattilo" - di Teo Parini

Si può anche morire a San Valentino in un residence che di nome fa Le Rose. La vita non preclude niente, nemmeno di orribile. Marco, però, la vita l’aveva già ripudiata da un sacco di tempo e da alleata di pomeriggi meravigliosi destinati all’eternità della memoria collettiva ne fece una nemica che risulterà invincibile e spietata.

Ciò, ben prima del giorno in cui, ormai diciannove anni fa, mentre gli innamorati erano intenti a scambiarsi gli auguri, lui consumava gli ultimi attimi, epilogo amaro di una storia d’amore che ci ha visto crescere e umanamente soffrire come poche altre volte.

Marco ha pagato ad un prezzo salato due peculiarità che in mondo normale sarebbero invece tributate come una benedizione. Troppo forte in bicicletta, troppo sensibile dentro: una combinazione letale nella società del consumo che ti consuma. In salita, quello che per lo scriba Gianni Mura fu ‘Pantadattilo’ in quanto campione di una genia in via di estinzione al pari dei dinosauri, diceva di andare il più in fretta possibile per abbreviare l’agonia. Perché tutti, anche lui, in salita fanno una fatica del diavolo e arrivare in cima, peraltro mica solo nel ciclismo, è sempre una liberazione.

E poi, giù di sella quante belle cose si possono fare? Marco, in ogni caso, non andava semplicemente forte, era il più forte di questo o eventuali altri universi possibili.

Madre Natura, infatti, lo aveva omaggiato della virtù dello scatto, esercizio antico che seppe reinventare alla stregua di una danza, introducendo il concetto di eleganza in un frangente che trasfigura corpo e spirito. Forse è per questo motivo che, seduti in poltrona, abbiamo cominciato egoisticamente a pensare che scalciare sui pedali per divorare tornanti che si inerpicano verso il cielo fosse qualcosa di divertente, una festa. Invece, finché possibile, fu semplicemente l’antidoto di Marco alla vita, il suo modo di esorcizzare le paure di un ragazzo, appunto, dall’umanità spiccata.Poi fu disarcionato. Successe a Madonna di Campiglio, nell’anno 1999, quando lo sport che aveva traghettato su livelli di popolarità mai esplorati prima di allora gli si rivoltò contro con inaudita ferocia, uccidendolo dentro.

Quel vile tradimento, Marco, non riuscirà mai a perdonarlo, un’amarezza mista a impotenza che nel travagliato lustro successivo gli resterà appiccicata alla pelle, anticamera del male oscuro che trova sempre terreno fertile nelle anime più fragili, come la sua. Purtroppo non servì a nulla rimettersi in sella. Sfidare e sconfiggere l’Americano – così chiamava con il disprezzo che si rivelerà doveroso Lance Armstrong – nel suo apice di carriera e nonostante una condizione psicofisica che a definire compromessa si sbaglia per difetto. Nemmeno ritrovare, immutato, il calore della sua gente a bordo strada e quello di una famiglia presente.

Perché era lui a non esserlo, benché, tra conoscenze maledette e uno spirito divenuto autodistruttivo, tentasse inutilmente di nasconderlo. Probabilmente lo ammazzarono, questa volta nel fisico, ma che differenza può fare? Non si può uccidere chi sente di non aver più nulla da perdere, semmai lo si può cercare di salvare. Ma non siamo stati capaci.Quel 14 febbraio fu realmente un giorno di merda, sporcato dal dolore che si riserva usualmente per la dipartita delle persone più care. Sembra ieri, anche se il calendario questa mattina segna quasi due decadi in più. Se avesse una qualche utilità ripassare gli almanacchi, ma non ce l’ha, oggi saremmo qui a ricordare che Marco è stato l’ultimo atleta capace di mettere in fila Giro e Tour nella stessa stagione.

Che ha sgretolato Indurain sul Mortirolo, Ullrich sul Galibier, Tonkov sulla Marmolada e Armstrong a Courchevel. Insomma, non ne ha risparmiato nessuno. Invece, ciò che è infinitamente più importante, è il pensiero di ciò che Marco, vittorie e sconfitte a parte, ha rappresentato per chi del ciclismo fa un insostituibile paradigma di vita. Lo sguardo triste, al traguardo, anche con le braccia alzate al cielo in segno di vittoria; il getto della bandana quale rituale preparatorio all’infuriare della battaglia; le mani che si abbassano ad afferrare le corna del manubrio prima di uno scatto che i più romantici definirono perpetuo; la sagoma ondeggiante – en danseuse, per dirla come i francesi – che diventa un puntino colorato sempre più piccolo e sparisce all’orizzonte. È questo il palmares che conta.

Marco, in un’epoca che ha sospinto il ciclismo ad avvicinarsi alla scienza esatta, ha incarnato la rivincita dell’uomo sui robot, dell’improvvisazione sul copione, delle sensazioni sulla programmazione. Cuore, innanzitutto, poi testa e gambe. Una macchina del tempo a ritroso, perché capace di restituire a una disciplina dalle emozioni con pochi uguali la magia dei pioneristici albori e non può esistere merito più grande. Per quanto ci riguarda, aver condiviso con il Pirata i suoi anni migliori (e pure i nostri) è un privilegio che non possiamo permetterci di dimenticare.

Uno sfacciato colpo di fortuna, anni circolettati di rosso sul libro dello sport come il 1984 griffato McEnroe o il 1986 mondiale di Maradona, sempre a proposito di genialità senza tempo. Ciao Marco, ovunque tu sia. Sole, vento, pioggia e neve, non scendere mai dalla tua bicicletta. Perché, se smetti tu, smettiamo anche noi.

Teo Parini

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