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Lifestyle | 25 aprile 2023, 18:26

"Diafano Opaco", il tredicesimo capitolo del romanzo online di Maurizio Denti Pompiani

Ph. Maurizio Denti Pompiani©

Ph. Maurizio Denti Pompiani©

La focaccia normale era unta, croccante sotto e morbida sopra: una vera delizia. Come quella al mais e quella al pomodoro. Mi ero comprato molti pezzi di vari gusti con la seria intenzione di provarli tutti. La Coca Cola senza zucchero mi dava la stessa gratificazione di una bambola gonfiabile e non mi dissetava. Il parco era vuoto, c’ero solo io e i lancinanti lamenti dei pavoni urlanti. Il sole ci provava ancora a farsi spazio tra le nuvole, come un’irascibile vecchia maleducata che si ostina a voler saltare la fila all'ufficio postale, ma poi si stufò. I piccioni pretendevano sfacciatamente la loro parte di qualsiasi cosa io stessi mangiando avvicinandosi a me con un coraggio più grande di loro e che gli ammiravo, per il semplice motivo che io non l'avrei avuto. Mi facevano male le ginocchia a stare seduto, incastrato su quelle minuscole panchine da bambini ma erano le uniche ad avere un tavolino davanti che mi permettessero di mangiare appoggiando le focacce e la bibita, davanti a me. La focaccia alle cipolle era buonissima e, come al solito, mi pentii subito dopo averla mangiata. Bolle d'aria mefitica come fantasmi di cipolla mi risalivano dallo stomaco: avevo l'alito di una iena.

Cominciò a piovere. Un po’ lo speravo. Come potei constatare, estraendolo dalla mia tasca, la pietra dell’orecchino era diventata verde. Mi prese un po’ di irrazionale emozione al pensiero dell’eventualità di un incontro con quella cosplayer. A questo punto, forse, sarebbe meglio che quella guaritrice di piante non venisse o correrei il rischio di asfissiarla con l'alito che mi ritrovo. Feci le prove soffiando con la bocca aperta sul palmo della mano aperta davanti alla bocca. Il risultato fu quantomeno sconsolante.

Dovevo comunque ingannare il tempo fino a sera e non riuscivo, però, a convincermi che, vista anche la pioggia, qualsiasi altro posto, un bar per esempio, sarebbe stato un luogo migliore e molto più accogliente per uccidere la noia. Ma la mia inconfessabile aspettativa, seppur illusoria e ovviamente assurda, mi convinse senza fare alcuna fatica, che sarebbe stato meglio, quantomeno, spostarsi sotto il gazebo, ma non lasciare assolutamente il parco per nessun motivo. Una vecchia signora, anche lei evidentemente in cerca di un riparo, raggiunse lentamente il gazebo ottagonale dove mi trovavo:

“Le dispiace? Comincia a piovere e non ho l’ombrello con me.”, disse molto cordialmente, incurvandosi verso di me, appoggiandosi con la mano destra sul pianale della mia panchina.

“No, no. Prego signora, faccia pure.”

 

Aveva occhiali con lenti fotocromatiche marroni che ne confondevano il colore degli occhi, i capelli bianchi coi riflessi viola. Era vestita bene seppur eccessiva nella sua abbondante bigiotteria di valore, distinta e bella, per la sua età. Prese un bel respiro profondo, si mise in bocca un piccolo cilindro d'acciaio e cominciò a soffiarci dentro. Si guardò attorno ansiosa e soffiò ancora. Poi ancora. Io la guardai attentamente e dovetti anche avere un'aria attonita, perché lei mi precisò, ancor prima che glielo chiedessi:

 

“È un fischietto!”

“Ah! Non funziona?”

“Certo che funziona.”

“Io non sento… Non sento niente!”

“Ma lui sì - arrivò, quasi di corsa un goffo cane biancastro -, il fatto che lei non lo senta non vuol dire che non funziona.” Sorrise soddisfatta di avermi stupito.

“Vero... Bel cane”, mentii: faceva schifo ed era anche grasso.

“È un Jack Russel!”

“È bello lo stesso!”

 

Lei sorrise cogliendo subito il mio umorismo. Così pensai valesse la pena aggiungere:

 

“Ha ragione signora!... A volte ci fidiamo troppo delle nostre percezioni sensoriali”

“Non è neanche colpa nostra se abbiamo solo cinque sensi.”

“No. Direi di no! Purtroppo siamo limitati.”

“Per percepire certe cose si dovrebbe disporre di qualche senso in più. D’altronde dobbiamo fare di necessità, virtù. E ci arrangiamo.”

“Già, non abbiamo scelta.”

 

La signora mi parlava in tono aperto e confidenziale, come se ci

conoscessimo da sempre. Succede spesso tra perfetti sconosciuti in

condizioni di isolamento come quella che ci offriva quel parco assolutamente

deserto.

 

“Qualcuno però ce l’ha!”

“Il famoso Sesto Senso… giusto?”

“Proprio quello. Termine generico, a dire il vero. Diciamo che il celeberrimo Sesto Senso sarebbe, grossolanamente, il compendio semplificativo di tutti i nostri attributi extra sensoriali.”

“Ah!... Sì eh? Perché ce ne sono altri vero?”

“Oh… Ce ne sono molti altri! Non sto scherzando sa?”

“No, no! Non lo pensavo affatto.” Ironizzai.

“Però dalla sua espressione si vede chiaramente che non ci crede a queste cose.”

“In effetti sono un po' scettico in queste cose! Io, quelle che lei chiama percezioni extrasensoriali, o sesto senso, la chiamerei semplicemente esperienza! Qualcosa legato al proprio bagaglio esperienziale, se mi passa il termine.”

“Sì, c'è anche quella componente, senza dubbio, ma, per quanto aiuti nelle scelte, la sola esperienza non basta a giustificare alcune cose. Il Sesto Senso è qualcosa di diverso. Sedendomi qui, per esempio, vicino a lei, senza neanche saperne il motivo esatto, ho assecondato il mio Sesto Senso e sento di avere fatto una cosa giusta.”

“Più che Sesto Senso, signora, a me, sembra che non ci sia nessun riparo alternativo nei dintorni per ripararsi dalla pioggia” ironizzai di nuovo.

“Oh, sì invece. Visto che io non ho mai cercato riparo dalla pioggia in vita mia.”

“E, magari il suo sesto senso le impone moralmente di dirmi che il mondo è prossimo alla fine ed è giunta l'ora di redimersi, di porsi delle domande serie su quale potrebbe essere il mio imminente destino, o quello della mia anima, senza una salvifica redenzione in extremis. Giusto? Ho indovinato?”

“Oh, mio Dio... Che infausta prospettiva!... No!”

“Quindi non è una Testimone di Geova?”.

“No... Se anche lo fossi?”.

“Le direi subito che sono Agnostico”

“E sarebbe?”

“Che credo solo a quello che vedo, tocco e, scusi la volgarità, mi porto a letto!”

“E lo è davvero?”

“Assolutamente!”

“Oh!... Mi dispiace per lei!”

“Perché dovrebbe?... A me non dispiace affatto!”

“Mi dispiace perché è una cosa assolutamente limitante per un essere umano!”

“Un’altra persona che mi dice che sono limitato. Ne trovo una al giorno. Ma cos’è questo giardino? Una specie di Agorà moderna? Vi trovate tutti qui voi filosofi?”

 

Tirai un rametto secco al suo cane che, da perfetto imbecille, dopo una partenza dolorante, me lo riportò trotterellando.

 

“Non sono una filosofa, sono una scrittrice. E vorrei proporle l’acquisto di un’enciclopedia.”

“Davvero? No guardi, scusi ma…”

“Scherzo. Sull’enciclopedia. Cosa ci fa lei qui tutto solo, oltre a ripararsi dalla pioggia, se mi permette, signor Agnostico?”

“Sono qui per affari. Oggi ho del tempo da perdere e siccome mi piace la natura, quale posto migliore di questo?”

“Ma se piove!”

“Piove anche per lei, se è per questo, eppure è qui”

“Ma io sono qui per lui.” fece cenno al quadrupede. “Quindi, se è qui per la Natura, le serve un posto per meditare e io la sto sicuramente disturbando.”

“No, non si preoccupi, si figuri. A dir la verità piacerebbe saperlo anche a me il motivo per cui mi trovo qui, Signora.”

“Se quel qualcosa si trova in questo posto, sarà sicuramente qualcosa di molto bello.”

“Lei dice eh?”

“E quel… qualcosa è in ritardo forse?”

 

La signora sembrava sapere sfruttare perfettamente l’inevitabile intimità

della situazione che le permetteva di spingersi oltre quei limiti canonici di

indagine conoscitiva personale tra estranei, solitamente delimitati dalla

privacy.

 

“No, signora, non è in ritardo. Perché non ho nessun appuntamento con quel

qualcosa, ed è poco più di una semplice, illegittima, speranza.”

“Oh… Adoro le speranze illegittime. Le speranze illegittime o non esistono o sono stupende. Quindi lei aspettava qualcosa di bellissimo e sono arrivata io. Chissà che delusione deve avere provato.”

“Ma no, signora, cosa dice? Lei è pur sempre una piacevole compagnia”

 

La vecchia era curiosa, ma sapeva come rendersi simpatica. Mi incalzò:

 

“E cosa le piace, in particolare, di quel qualcosa? Visto che mi ha appena detto di essere qui per questo. Mi scusi sa… mi piace indagare su queste cose…”

“Mi piace la sua bellezza. Amo la bellezza in generale, la colgo ovunque, in ogni opera della natura e in alcune opere d’arte. La perfezione delle forme fin nei minimi dettagli. L’armonia dei lineamenti, in natura ogni abbinamento cromatico è perfetto. L'equilibrio delle proporzioni e perfino l'entropia che la determina è poesia. La bellezza è poesia. Perché la poesia, così come la bellezza, è un equilibrio perfetto tra proporzioni, armonia, sentimenti ed emozioni. Quindi, direi che la natura è poesia. La poesia è arte. Arte, natura, perfezione, equilibrio, poesia. Tutto è collegato dallo stesso filo e questo filo è la bellezza. Parlo di una bellezza diversa oggettiva, che prescinde dai gusti e trascende nell’assoluto. È solo un mio modestissimo parere ovviamente. So benissimo di andare contro l’opinione comune secondo la quale la bellezza sta negli occhi di chi guarda, ma per me, non è affatto così. Io credo esista una bellezza assoluta.”

“Lo disse Semir Zeki, un neurobiologo dell’University College di Londra. Da anni cerca di rispondere alle domande fondamentali sull’essenza umana, come quella che si sta ponendo lei sulla bellezza, con strumenti scientifici. Questo signore ha scoperto che, diverse persone, tutte di etnia diversa, poste davanti a un’opera d’arte, un brano musicale o a qualcosa di naturale universalmente giudicata bella, si accendeva la zona orbito-frontale del cervello qualora giudicassero quella cosa bella. Nulla avveniva, invece, se la giudicavano brutta. Ma c’è di più. Questo dottore ha scoperto anche che anche il nucleo caudato, una zona molto profonda del cervello, si attivava di più, di fronte alle cose belle. Questa zona del cervello viene accesa anche dall’amore romantico e questo a indicare una specie di correlazione tra bellezza e amore.

“Uhau. Complimenti per la sua erudizione, signora.”

“Grazie. È tanto che nessuno mi fa più i complimenti.”

“Quindi, in che cosa sbaglio io?”

“Sempre secondo gli studi di quel Zeki, il 50% delle persone ritiene bello qualcosa che risponde a caratteristiche universalmente riconosciute, in un viso, la simmetria, per esempio. Solo nell’altro 50% delle persone entrano in gioco esperienze personali, relazioni interpersonali, cultura, esperienze vissute eccetera, nella determinazione di ciò che è bello o meno. Per questo Zeki sostiene che la bellezza è un fatto soggettivo. A volte un naso pronunciato ricorda, più o meno consciamente, quello del papà, o del primo amore. Questo può essere determinante per rendere quel viso bello, ai nostri occhi. Capisce?”

“Ma non lo è nel senso assoluto.”

“Esattamente. Proprio così.”

“Quindi la bellezza assoluta esiste.”

“Quindi la bellezza assoluta esiste, eccome se esiste. Quindi lei appartiene a quel 50% che giudica la bellezza secondo canoni universalmente riconosciuti. Anche Leonardo si è interessato a questo argomento.”

“La Spirale Aurea…”

“Indagando anche su quella, che era stata scoperta molto prima, da Ippaso di Metaponto e si può trovare nel libro VI degli elementi di Euclide. Forse lei si riferisce al libro di Luca Pacioli De divina proportione del 1509. Vitruvio. Piero della Francesca, Vasari. È una questione annosa, come vede.”

“No, guardi, io sono ignorantissimo in merito. Il mio è un sentimento innato. Non è mediato da nessuna implementazione culturale. Sono un talento naturale.” Risi.

“Ah, non se ne crucci, la cultura, a volte, serve solo a confondere le idee. La sto annoiando. Mi scusi.”

“Affatto. Lei è una persona molto interessante, invece.”

“Un altro complimento. Non esageri, potrei abituarmici.”

“Si figuri, è gratis.”

 

Ridemmo insieme.

 

“Che fantasma sta rincorrendo lei?” Mi chiese l’erudita signora, mentre il suo cane obeso girovagava annusando e pisciando ovunque.

“Fantasma?”

“Certo, fantasmi. Non si frequentano posti come questo se non alla ricerca di fantasmi. Una volta c’erano le chiese adatte per questo. Oggi, con l’affievolirsi dell’ortodossia cattolica e religiosa, in genere, la gente si crea le proprie chiese a seconda della propria sensibilità.”

“È curioso che lei definisca chiesa questo posto.”

“Perché?”

“No… così… nulla!”

“Ora, mi dica, qual è il suo fantasma? Ha a che vedere con il qualcosa che stava aspettando, immagino.”

“Più o meno. E qual è il suo fantasma? Suo marito?”

“Oh no. Mio marito è ancora vivo, per fortuna.”

“Ah. Mi scusi.”

“E di che cosa? Non poteva mica saperlo… È mia figlia.”

“Sua figlia?”

“Mia figlia Matilde. È morta oggi, nel 1990 a 24 anni.”

“Dev’essere una cosa terribile!”

“Lo è! La cosa più terribile che possa capitare a qualunque essere umano.”

“E lei la trova… qui?”

“Solo quando vuole essere trovata”

“Matilde è un nome comune da queste parti, o sbaglio?”

“Non più di altri, perché?”

“Nulla. L’ho sentito spesso in questi giorni, da quando sono arrivato in questa città.”

“Il sesto senso è pathos, l'interpretazione di uno spartito musicale, la sua intenzione, lo spazio bianco tra le righe di un libro. Lei sa vedere ciò che non si vede, e sentire ciò che non si sente e neanche se ne rende conto. Lei non lo sa - segnò me -, ma LEI - segnò un punto indistinto intorno a sé - lo sa benissimo. Per questo è stato scelto. Ammetta a sé stesso questa sua qualità, perché qualcuno… o qualcosa, l’ha già scoperto in lei, prima di lei. Scoprirà che la gran parte delle cose che si vogliono comunicare a questo mondo, e soprattutto che questo mondo vuole comunicare a lei, vengono affidate a questo tipo di livello di percezione. Se non lo farà si perderà molte cose anzi si perderà qualcosa… Faccia come le dico. Vedrà che non perderà più il suo tempo qui a cercare fantasmi ma, finalmente, li troverà.”

 

Si alzò lentamente, a fatica, aiutandosi con le braccia:

 

“Mi scusi se non sono una giovane e bella signorina. Mi rendo conto che, probabilmente la nostra conversazione avrebbe preso risvolti molto più interessanti.”, rise.

“Non è affatto detto che lo fossero - scherzai -. Grazie per la piacevolissima conversazione invece. È stato un vero piacere!”

“Andiamo Lapas, è ora della pappa!”

 

Il cane non se lo fece ripetere due volte. La guardai mentre se ne andava lentamente, un passo dopo l'altro, accompagnata dal trapestio delle pesanti pietre appese alle sue costose collane.

 

“A proposito, Signora!”

“Dica giovanotto.”

“Secondo lei, questa magnolia è malata?”

“Certo che lo è!”

“E da cosa lo capisce scusi? A vederla non sembra per niente”

“Dal suono. Le foglie sono diventate rigide e legnose. Non sente che il fruscio è diverso dal solito? Se lo sento io che sono quasi sorda, oramai…”

“Io non sento proprio un bel niente, a dire il vero.”

 

Mi diede la schiena e alzò l’indice al cielo. Poi aggiunse ad alta voce:

 

“Percezione sbagliata! Attento alle percezioni sbagliate, signor Agnostico.”

Autore: Maurizio Denti Pompiani©

maudenpo@gmail.com

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