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Lifestyle | 22 maggio 2023, 12:41

"Diafano Opaco", il diciasettesimo capitolo del romanzo online di Maurizio Denti Pompiani

Ph. Maurizio Denti Pompiani©

Ph. Maurizio Denti Pompiani©

Nel tragitto tra l’hotel e l’edicola mi arrivò il messaggio del Calcagno che mi spostò l’appuntamento delle quattordici alle diciotto. Mi chiamò il principale e Paola. Parlai con mio figlio. Mi servirono la colazione e chiamai Click a cui raccontai del mio incontro della sera prima e tornai all’ipotesi del gioco di ruolo ipotizzata anche da quel mio strambo collega.

 

“Certo che, se così fosse, si tratterebbe di qualcosa di un livello altissimo.” “Vai al funerale di quella vecchia?”

“Mi sa che mi tocca!”

“Appunto, vacci e non rompermi i coglioni.”

 

Il Non-Bar era chiuso per lutto come molte altre attività commerciali cittadine. Nonostante i miei timori non fu per niente difficile scoprire il luogo delle esequie in quanto, trattandosi, a quanto pare, di un personaggio molto in vista, la città era stata disseminata di epigrafi riguardanti le esequie di Magda Lunigiani. Il Santuario si trovava in cima ad una strada tremendamente in salita. Molta gente stava aspettando la salma nel largo spiazzo davanti all’entrata. Il funerale fu sobrio e silenzioso. Notai il figlio del mio cliente. Fece scalpore, tra i dolenti, la mancanza suo padre e mio cliente: Fausto Calcagno. Chiesi a delle vecchiette fuori dalla chiesa dettagli della disgrazia e della disgraziata, ma non seppero aggiungere nulla a quanto già in mia conoscenza. I dettagli erano pochi e scarni. Il feretro era giunto già sigillato dall’obitorio, come avviene sempre in questi casi. Un funerale degno del miglior Francis Ford Coppola in quanto a realismo delle scene. All’uscita del feretro il figlio di Fausto, che seguiva appresso, mi inquadrò attraverso le lenti scure, io mi avvicinai per porgli le mie condoglianze e lui mi ribadì l’orario del nostro appuntamento. Gli strinsi la mano. Lui ringraziò della mia partecipazione e me ne andai.

Alle diciotto in punto entrai nella villa di Calcagno.

Il figlio, a cui rinnovai le mie condoglianze, mi aspettava ancora sulla soglia ma, comprensibilmente, con fare meno cerimonioso della volta precedente, mi accompagnò direttamente al gazebo nel centro del suo giardino, dove mi invitò ad accomodarmi ed attendere. Poi se ne andò, liquidandomi in fretta, col passo deciso di chi ha qualcosa di importante da sbrigare.

Una voce dal nulla mi fece sussultare dallo spavento:

 

“Sarebbe lei il tecnico dell'impianto solare?”

 

In un angolo del gazebo, vicino, alla fioca luce di un'antica lampara, intravidi appena un vecchio su una sedia a rotelle:

 

“Ah! Mi scusi, non l’avevo vista.”

 

Il suo piglio non lasciava presagire niente di buono. Era tremendamente serio come un bambino imbronciato a cui la mamma ha appena negato una Coca-Cola al supermercato

 

“Sì! Sono io il tecnico, e lei è il signor Fausto, immagino. Piacere: Luigi Ranzetti della Elio's Power. Innanzitutto le porgo le mie più sentite condoglianze a nome mio e della mia ditta per la morte della sua… amica.”

 

Allungai la mano destra per stringergliela.

 

“Me lo aspettavo diverso!”

 

Con insolente lentezza mi porse la sua mano gelida che non ricambiò la stretta.

 

“Diverso in che senso scusi?”

“Nel senso che uno, certe persone, se le immagina diverse!”

“Certe persone?... Ah!... Beh!... Stia pure tranquillo, anche se ci occupiamo di energia solare, non siamo extra terrestri!” Sprecai la battuta perché lui non fece una piega.

“Questa è già una buona notizia! - rispose serio e impassibile - La stavo proprio aspettando. Immagino che si sia già fatto un'idea del motivo per cui volevo parlarle di persona!”

“Certo! Si tratta di un progetto importante, forse un pochino impegnativo economicamente, ma proficuo come investimento e allo stesso tempo ecologicamente meritevole da parte vostra. È più che comprensibile in questi casi esigere dei chiarimenti. E io sono qui apposta per chiarire qualsiasi sua perplessità.”

“A uno della mia età, per quanto ottimista possa essere, cosa vuole che interessi un piano di rimborso ventennale?” Mi gelò ogni slancio sul nascere.

“Ma suo figlio mi ha detto che lei…”.

“Lasci perdere mio figlio! A lui faccio credere quello che voglio, come lui pare, cerchi di fare col sottoscritto. Si dice: rispondere con la stessa moneta. Al contratto ci penserà lui. A me è altro che interessa, si segga che dobbiamo chiarire un paio di cose, io e lei.”

“Va bene. Devo preoccuparmi?”

“Non lo so, questo dipende da lei!”

“Se mi dice così allora mi preoccupo.”

“Finalmente ci incontriamo ero proprio ansioso di vederla. Parliamo di come sono arrivato a lei. O, dovrei forse dire, lei è arrivato a me.”

“Ecco, sì, è da un po’ che me lo chiedo, questo sono proprio impaziente di saperlo.”

“Durante la mia lunga esistenza ho avuto più volte modo di constatare fino a quali bassezze e meschinità siano capaci di ricorrere gli esseri umani per i soldi. La venalità, la cupidigia l’avidità sono tra le più odiose contaminazioni dell’animo umano. Per i soldi l’uomo rinnegherebbe chiunque e qualsiasi cosa e questo è risaputo. Vede, non è tanto il fatto in sé a disgustarmi, - si tratta di un gioco vecchio quanto l’uomo a cui, o ci si adegua o si viene sopraffatti, e, come può ben vedere non ho certo la faccia da vittima io - quanto il fatto che oggi, i mezzi non sono più proporzionati al fine. Una volta c’era la competizione commerciale il cui fine era la vendita, ovviamente. Ora, il fine è sempre lo stesso ma i mezzi… I mezzi sono più adeguati ad una guerra che ad una compravendita. Infatti, non è un caso se adesso il commercio viene spesso definito guerra commerciale. Una volta si chiamava competizione. All’inizio pensavo fosse un’iperbole giornalistica, invece è un termine del tutto adeguato perché è proprio così. È proprio di questo che si tratta. Sarà che sono diventato vecchio ma la bassezza dei mezzi impiegati attualmente nel commercio, il loro bieco opportunismo, sfugge totalmente alla mia comprensione. E quando qualcosa sfugge alla mia comprensione sfugge anche alla mia compassione. Mi rendo conto che gli interessi in ballo siano notevoli e che questo possa rappresentare una notevole illecebra. Ma, anche nel rubare, nella truffa, nel crimine, una volta c’era un certo stile, un codice etico, una sua eleganza, una componete vagamente romantica se si vuole. Si stava attenti a non cadere nel cattivo gusto. Cosa che invece adesso non accade più. Adesso, per vendere un’aspirapolvere si calpestano sentimenti, affetti, intimità, umane debolezze. Per soldi si fa leva sulla sensibilità materna, si creano malati cambiando parametri di tolleranza, si opera chirurgicamente per patologie che si potrebbero curare con semplici medicine, e potrei andare avanti per ore. Non c’è più uno straccio di deontologia. Certo che se si pensa che spesso i soldi sono stati il movente di moltissimi omicidi... Ora, forse io la sto facendo un po’ troppo spessa, ma è che, viste dall’esterno, certe cose ti indignano, ti intristiscono, ti fanno arrabbiare. Ma quando le vivi di prima persona dapprima ti sconvolgono, poi ti sbalordiscono e infine ti lasciano solo un profondo disgusto. E rabbia, molta rabbia. Sa cos’è l’unica cosa che apprezzo di certi escamotage commerciali moderni? La fantasia. Dev’essere difficile, mai così difficile come in questo periodo della storia, attirare l’attenzione della gente su di sé. Nel vostro caso, devo ammettere che siete stati veramente originali, subdoli e meschini oltre ogni modo, per cui efficaci. Unico vero motivo per il quale lei si trova qui a rappresentare la sua ditta al mio cospetto. Il problema però è proprio nel merito di tutta questa... come definirla? Pantomima? Truffa? Io preferisco pagliacciata!”

“Sono d’accordo su tutto il suo lungo preambolo signore. Temo però di non capirne l’ultima parte. Di quale truffa sta parlando? Addirittura una

 

Pagliacciata! Mi rendo conto che esistano ancora molti pregiudizi sull'argomento delle rinnovabili, ma le assicuro che non si tratta affatto né di una truffa né di una pagliacciata!”

 

 Scartabellai nervosamente tra le carte della mia borsa per cercare quelle riguardanti gli incentivi statali e il decreto di legge copiato dal Bollettino Ufficiale, i permessi ambientali rilasciati dal Municipio, ma il vecchio non li degnò neanche di uno sguardo. Anzi, continuò:

 

“Guardi, gliela dico così: voi eravate partiti bene ma avete esagerato un po’. Non potevate inventarvi qualcosa di più... che ne so... credibile? Davvero pensavate che riuscire a farmi credere ai fantasmi vi portasse dritto all’aggiudicazione del contratto?”

“Fantasmi? Quali fantasmi scusi? Gli incentivi europei non sono certo fantasmi, esistono eccome. Forse lei confonde il prefisso eco con ecto. Si tratta di eco incentivi non ecto incentivi in quel caso allora sì che si tratterebbe di fantasmi.”

“Non sono rimbambito, lo sa benissimo cosa intendo!”

“Mi scusi non volevo certo darle del rimbambito, non mi permetterei mai. Temo di non avere capito io, invece. Forse perché è partito dalle conclusioni e magari avrebbe dovuto spiegarmi l’antefatto. Mi sembra di dedurre che lei stia accusando la mia ditta di averla, poco deontologicamente, blandita con una strategia commerciale in qualche modo truffaldina inerente a qualcosa di paranormale di cui io non sono minimamente a conoscenza.”

“Esattamente così, e non solo la sua ditta. Riguardo la sua estraneità dal fatto ho qualche dubbio. Vediamo, la conosce questa almeno?”

“Certo che la conosco! È la brochure della nostra ditta... Non capisco ancora il nesso con la presunta tentata truffa.”

“Davvero lei non ne sa nulla?”, mi guardò fisso. “Perché se non si trattasse di una truffa potrebbe trattarsi di qualcosa di peggio.”

“Addirittura! Giuro che non ne so nulla e, per quanto mi riguarda, potrei quasi affermare con sicurezza che la mia ditta è fatta di gente per bene, a partire dal mio principale che è tutto meno che un truffatore.”

“E va bene!”, il mio interlocutore si lasciò andare all’indietro appoggiandosi allo schienale della sua sedia, con aria rassegnata. “In tal caso si prepari ad una storia piuttosto surreale allora.”

 

Feci cenno che ero pronto e lui cominciò:

 

“Quando ho trovato nella buca delle lettere la vostra brochure, tra l'altro senza timbro postale né francobollo né niente, a momenti mi prese un colpo! Non credevo ai miei occhi. Immagino che mio figlio l’abbia già messo al corrente del mio passato da giardiniere alle dipendenze della Marchesa Matilde.”

“Sì, mi ha raccontato qualcosa”.

 

Tirò fuori dall'unica tasca della sua sedia a rotelle un vecchio foglio ingiallito e me lo mostrò. Era una specie di poesia:

 

“Come l’hombra di quel ferro fatale

m’affrancherò silente

ad ogni pianto vitale

giacché ogni tempo

lì volge al presente.

Al memento di foglie

che si lustran la pelle

abbassan la voce

diventan più belle

Seguendo l’sentiero

Che chiave contorta

Sottende d’onore

Ogni glauco cantore

Dolente

Scende ancora un gradino

Del suo male minore

- M -

 

 

 

“Questa è la sua firma originale. L’unica superstite al mondo. Guardi!”

“Questa sarebbe la firma di Matilde?”

“Questa è la firma autografa di Matilde! E questa la firma sul vostro volantino, sotto il suo nome e numero di telefono.”

“Sono identiche!” Riconobbi immediatamente che quella firma era identica anche a quella sul mio segnalibro.

“Capisce ora il mio sconcerto?”

“Lo capisco eccome. Più di quello che pensi. Mi creda, sono più basito di lei”

“Il problema è che Matilde è deceduta ineluttabilmente, come ogni decesso lo è, circa mezzo secolo fa!”

“Scusi la domanda idiota ma, lei ne è sicuro vero?”

 

Il vecchio annuì solennemente:

 

“Assolutamente sì. Ho vegliato il cadavere. Ero tra coloro che ne accompagnarono il feretro a spalla!”

“Ecco a cosa si riferiva parlando di mezzi meschini… A questo punto, penso ci staremo chiedendo entrambi come c’è finita quella firma su quel volantino. Immagino avrà già escluso si tratti di una stampa, una scansione un fotomontaggio, un artefatto o roba del genere.”

“Ovviamente, anche se non ci sarebbe stato bisogno di alcun accertamento. Le pare che l’avrei scomodata altrimenti, se non avessi provveduto a fare tutti gli accertamenti del caso?”

“Immagino di no. Ecco il motivo. Quindi chi ha posto quella firma è la stessa che ha scritto il mio numero di telefono a fianco, per cui lei pensa che a porre quella firma sia stato io. O qualcuno della mia ditta. Un macabro escamotage per farci raccomandare a lei.”

“Per nulla! Non penso affatto questo.”

“Come per nulla! E allora cosa pensa?”

“Sicuro di non saperlo?”

 

“Io… Io non lo so… Lei cosa sospetta? Me e la mia ditta, quindi?”

“In questi giorni ho fatto mille congetture su di lei e la ditta per cui lavora, tutte demolite dal fatto che nessuno potrebbe essere entrato in possesso o avere mai visto quella firma. Nessuno ancora in vita, naturalmente. E non si falsifica ciò che non si conosce. Poi il commissario, che ho consultato, naturalmente, ha avuto un’intuizione.”

“Cioè?”

“Lui pensa che tutto sia partito dall’unica persona che potesse essere stata in grado di procurarsi questa firma: mio figlio, il quale ve ne ha fornito una copia che poi è stata utilizzata sul vostro volantino. E qui si apre tutto un altro scenario.”

“Io non c’entro nulla in tutto questo. Magari la mia ditta, non lo so, ma io…”

“Il numero di telefono sul vostro volantino, signor Ranzetti, è il suo. Questo rende la sua posizione difensiva quantomeno, ecco sì, imbarazzante direi. E poi il movente: lei è un padre di famiglia disoccupato da più di un decennio che si arrabatta in lavori precari, sottopagati, non in regola. Lei ha bisogno di soldi. Quando si è disperati è facile cadere in tentazioni criminali. Qualcuno le ha proposto il botto e lei l’ha accettato.”

“Queste sono pure illazioni. E poi come fa ad avere queste informazioni private su di me? Dove se le è procurate?”

“In certi ambienti si sa tutto di tutti, all’occorrenza. Il commissario Alberti, una mia vecchia conoscenza in capo al commissariato della città è stato lui a formulare questa ipotesi, su cui sta indagando per mettere insieme tutti gli elementi e ravvisare, se ci siano, gli estremi per un’eventuale incriminazione. Ma prima di procedere nei suoi confronti, ho voluto sentirla di persona per vedere se si può trovare una soluzione pacifica che risparmi costi e lungaggini procedurali. Vorrei darle l’opportunità di scagionarsi aiutandomi. Mi dica i nomi dei suoi complici e io ritiro la denuncia su di lei. Mi sembra un buon compromesso.”

“Io non ho nulla da temere e non ho nessun nome da fare! Semmai sarei anch’io parte lesa in questa faccenda.”

“Signor Ranzetti, andiamo, anche se avesse ragione, ma con il suo numero su questo volantino… come lo spiegherebbe? E poi lo sa quanti soldi in avvocati le servirebbero? In questo Paese costa anche avere ragione lo sa? Figuriamoci se uno è nel torto. Ragioni signor Luigi, mi aiuti e io ritiro la denuncia su di lei. A me è l’altro che interessa!”

“L’altro chi?”

“Me lo deve dire lei.”

“Non c’è nessun altro. Non ha preso in considerazione l’ipotesi che sia stato tutto architettato alle mie spalle, che mi abbiano strumentalizzato in questa truffa contro di lei? Magari se mi racconta meglio la sua versione dei fatti, potrei trovare degli elementi che potrebbero aiutarla. E poi anch’io, se le devo dirle la verità, è da quando sono arrivato in questo posto che ho la netta sensazione di essere finito in un gioco strano. Per fortuna l’ho detto subito al mio amico, potrebbe testimoniarglielo a mio favore, se vuole.”

“Di quale gioco sta parlando?”

“Mi racconti bene, prima, cosa le ha ipotizzato il commissario.”

“Gliel’ho appena detto. La sua versione è che mio figlio, l’unica persona al mondo che avrebbe potuto avere accesso a questa firma e a conoscerne l’ascendente che esercita su di me, abbia contattato la sua ditta per l’installazione dell’impianto fotovoltaico che dovrebbe fornire l’elettricità a tutto il rione Pineta trovando in lei il complice ideale per smazzarsi le commissioni sulla vendita con fatturazione, magari gonfiata ad arte e qui entrerebbe in gioco anche la sua ditta. Per vincere la competizione tra i vari preventivi d’appalto - la cui scelta spetta solamente al sottoscritto - mio figlio avrebbe ideato questo macabro stratagemma della raccomandazione diretta da parte della persona più influente, sulla mia persona, che sia mai esistita: la Marchesa Matilde Negrotto Cambiaso, pensando che io sia così rimbambito da credere ai fantasmi. Tutto qui. Il commissario Alberti sta cercando di trovare la relazione che potrebbe esserci tra mio figlio e lei e sta aspettando i tabulati telefonici tra mio figlio e la sua ditta. Dopodiché avremo tutti gli elementi per un’incriminazione di tentata truffa aggravata e altri capi d’imputazione che non so. Poca roba, forse, ma che costerebbero a lei il posto di lavoro e, a mio figlio, l’eredità familiare e la candidatura politica. Tutto qui.”

“Immagino sia vano ogni tentativo di discolparmi da ogni addebito a parole, se non in sede legale. E l’unica mia via di fuga sarebbe quella di accusare suo figlio di tentata truffa nei suoi confronti in combutta con la mia ditta.”

Il vecchio allargò le mani roteando il palmo verso il cielo palesando la banalità della mia affermazione. Così non mi lasciò altra scelta che controbattere con una mossa disperata:

 

“A questo punto io dovrò esporre una contro querela nei suoi confronti, e della mia ditta, qualora risultasse coinvolta anche lei, come parte lesa.”

 

Bluffavo, lui lo sapeva benissimo e non si scompose minimamente:

 

“È un suo diritto. Ma, magari, se mi spiegasse la sua versione, con tanto di nomi, lei non sarebbe costretto a difendersi per vie legali, evitando un sacco di seccature e soldi buttati, ammesso che ne abbia da spendere in avvocati. Cerchi di convincermi invece. Glielo consiglio spassionatamente. Siamo qui apposta per trovare un accordo consensuale. Mi dia retta, colga questa rara opportunità in questo rarissimo sprazzo di benevolenza che le sto offrendo. Lei non ha idea di quali rogne e di chi si sta mettendo contro. Mi dia quel nome. È tutto nel suo interesse, mi creda. O io rovino lei e la sua ditta.”

 

Il fatto che lui accusasse me così perentoriamente di aver tentato di truffarlo lo escludeva dalla mia lista dei sospettati. Sentii che non mi restava che confidarmi con quell’uomo per salvare me e il mio lavoro, per cui cominciai col dire:

 

“Signor Calcagno, io avrei la mia versione dei fatti, ed è strano che sia venuto sospettando di lei e abbia invece, trovato lei che sospetta di me. La cosa, paradossalmente mi rassicura e mi spinge a dirle ciò che sto accingendo a dirle. E, soprattutto a mostrarle qualcosa che potrebbe compromettermi notevolmente. La prego quindi di prendere questo mio gesto come un atto di buona fede a testimonianza della mia assoluta onestà intellettuale e non solo. Io penso che, a questo punto, abbiamo bisogno l’uno dell’altro.”

 

“Perché dovrei fidarmi di lei? Io neanche la conosco!”

“Per una questione di fiducia nelle proprie percezioni forse?”

 

Quella frase fu una mia felice intuizione, perché il cliente, stupito dalla mia affermazione, capì subito che persona si trovava davanti. Annuendo mi esortò a confessarmi.

 

“Signor Calcagno, io penso che il suo amico commissario, in parte, abbia ragione: suo figlio è implicato in questa faccenda. Ma il suo complice non sono io, né la mia ditta.”

 

Tirai fuori il segnalibro e glielo mostrai:

 

“La conosce questa firma?”

“Dove ha trovato questo? È da qui, allora che l’avete copiata per metterla sulla brochure…”

“Mi ha detto che mi avrebbe creduto. Mi ascolti almeno.”

“Va bene, va bene, continui…”

“Ho incontrato una ragazza al parco, il giorno stesso del mio arrivo qui. Diceva di essere una specie di botanica in cerca di un orecchino, aveva con sé un libro non scritto e mi ha regalato questo in cambio di un accendino verde. Lo so che le sembrerà assurdo. Quella ragazza presenta molte analogie con la protagonista di una leggenda locale, la sua ex datrice di lavoro e amica marchesa Matilde Negrotto Cambiaso, che lei mi conferma deceduta da mezzo secolo. Per cui penso che quella giovane stia recitando una parte in un gioco ben più articolato e complesso.”

“Non è così assurdo, mi creda e, mi dica, com’era quella ragazza?”

“Alta, mora, con i capelli lunghi e occhi verdi.”

“I capelli lunghi li ha aggiunti lei, comunque corrispondono alla verità, la conosce per caso?”

“Da come me l’ha descritta sembrerebbe essere Medis, la mia badante.”

“Lei ha una badante?”

“Sì... Lituana! L’ho assunta da pochi giorni. Qualche settimana al massimo.”

“È alta, mora e con gli occhi verdi?”

“Alta, mora e con meravigliosi occhi verdi!”

“E ha la frangia?”

“Si, certo, ha la frangia.” Confermò il vecchio.

“Bingo! Quindi, a quanto pare, saremmo entrambi vittime di uno spettacolare raggiro a sfondo spettrale, architettato da suo figlio e la sua badante. Altro che fantasmi.”

“Già. Altro che fantasmi.”

“Ma per quale motivo? Perché coinvolgere me? Volevano fare la cresta sull’impianto? E perché la ragazza che fa la parte del fantasma? A che pro? Quali risposte da a tutto questo?”

“Quel libro e la pazzia, sono la spiegazione e la causa di tutto.”

“E sarebbe?”

“Mi viene da pensare che, siccome ci sono, nello statuto legale costitutivo della mia azienda, di cui fa parte anche mio figlio come socio, delle clausole ben precise, e impugnabili, in merito alle mie facoltà mentali, mi riferisco all'incapacità di intendere e volere, potrebbe essere un movente per cui mio figlio potrebbe avere interesse a farmi credere ai fantasmi!”

“Perché chi crede ai fantasmi è un pazzo, vero?”

“Legalmente sì! Comunque restano solo ipotesi.”

“Certo. Potrebbe essere un buon movente. Questo spiega la pazzia. E il libro?”

“Quel libro mi fu promesso dalla marchesa nel caso in cui avrei trovato il suo orecchino. Mi disse che me l’avrebbe portato anche dopo morta, nel caso l’avessi trovato a posteriori il suo decesso. Ovviamente una follia.”

“E lei perché teneva così tanto a quel libro?”

“Eh…”

“Per una ragione affettiva, immagino.”

“Ecco… sì… per quella!” Tagliò corto l’ex giardiniere.

“Io ho trovato quell’orecchino. Ho trovato la riproduzione che aveva all’orecchio Medis, la sua badante.”

 

Il vecchio sobbalzò sulla sedia a rotelle.

 

“Orecchino?... Quale orecchino?”

“Questo! L'ho trovato, al parco!”

 

Strabuzzò gli occhi.

 

“E me lo dice adesso?”

“Non pensavo fosse un elemento così importante.”

“Lo è assolutamente invece!”

“Lo conosce?”.

“Qui hanno fatto un passo falso! Qui li freghiamo!”

 

La sua espressione, mentre osservava con mistica attenzione quella vecchia reliquia, si aprì radiosa come un giglio bianco ai mattinieri tepori umidi della primavera. Vidi in lui la stessa espressione che probabilmente segnò il viso di Howard Carter quando aprì il sarcofago di Tutankhamon.

Dopo qualche minuto di estatica ammirazione, il vecchio si risvegliò dalla trance, e disse:

 

“Le spiace aiutarmi a raggiungere il mio studio?”

“Ci mancherebbe altro!”, risposi senza più pregiudizi sulle spalle.

 

Le ruote della sedia a rotelle, che spingo lentamente sulle beole bagnate, lasciano la scia di due improbabili lumache impegnate in una stupida gara senza senso, una foglia morta vi si attacca e si fa un giro come sulla ruota panoramica di un drammatico luna park, poi si stacca. Un gelido vento marino mi attraversa come un rabbrividente fantasma salato.

 

Gli alberi suonano!

Autore: Maurizio Denti Pompiani©

maudenpo@gmail.com

 

 

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