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Sport | 04 luglio 2021, 11:27

Giada Bellugi: «Papà era pieno di vita ma il Covid l'ha portato via. Ora lo vedo con Corso e Burgnich, come in spiaggia a Stintino...»

La figlia del "leone senese" ricorda suo padre e racconta il rapporto con lui: «Mi ha insegnato a conquistare i miei traguardi. Ci assomigliamo di carattere? Ne sono orgogliosa. A Varese aveva due grandi amici, Anastasi e Papini. Mi manca, sì. Ma sono certa stia ancora pensando alla sua grande passione: il calcio...»

Giada Bellugi ci ha fatto avere alcune foto di lei insieme a papà Mauro: scatti davvero emozionanti

Giada Bellugi ci ha fatto avere alcune foto di lei insieme a papà Mauro: scatti davvero emozionanti

Giada è la figlia unica di Mauro Bellugi e Donatella Agnelli. Inutile soffermarci sulla carriera del fortissimo difensore nato nel 1950 a Buonconvento, paese toscano in provincia di Siena, per arrivare giovanissimo nell'Inter e poi passare al Bologna, al Napoli e alla Pistoiese, dove ha chiuso la sua carriera calcistica. Nel curriculum anche ben 32 presenze con la maglia azzurra, iniziando dall'under 21. Nella vita ha fatto il commentatore sportivo e l'organizzatore di partite benefiche in giro per il mondo.

Poi la storia di Mauro cambia di colpo quando nel novembre scorso, dopo aver contratto il Covid, il quadro clinico si aggrava e viene sottoposto all’ospedale di Niguarda ad un intervento di amputazione delle gambe. Il "leone senese" morirà poi nel febbraio scorso per una successiva complicazione clinica.

Insieme a Giada Bellugi, la "leoncina di papà", cerchiamo di scoprire da vicino la storia di vita vissuta insieme a lui.

Giada ci racconta la tua infanzia?
Sono nata a Bologna, dove papà in quel tempo giocava. Non sono andata alla scuola materna perché rimanevo a casa con mamma. Poi, più grandicella, sono andata a Napoli,  ma non ho grandi ricordi; in seguito a Pistoia, dove papà che era un amante di riprese e fotografia mi portava allo zoo e mi faceva tantissimi filmati. Poi sono tornata a Milano, dove ho frequentato le scuole fino al liceo linguistico. Ho fatto la vita normale come tutte le ragazze della mia generazione: ogni tanto qualche tifoso mi riconosceva come "la Bellugi", ma tutto finiva lì.

Una situazione da capire e affrontare.
Vede: papà mi ha subito insegnato ad essere una ragazza semplice, concreta, senza troppi grilli per la testa; a cavarmela da sola, a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno e a non abbattermi e trovare ad ogni difficoltà una via di uscita.

Quando seguiva papà nelle partite di beneficenza si sentiva gratificata?
Certo, anche perché finalmente riuscivo a vederlo giocare. Quando giocava nel campionato italiano ero troppo piccola per ricordare, anche se negli anni successi rivedevamo spesso insieme alcuni filmati. In tour con gli amici calciatori che giocavano partite benefiche per me non era una vacanza premio: papà mi faceva fare la hostess, la traduttrice, le pubbliche relazioni. Se mi dimostravo timida mi buttava nella mischia... Per me, ragazza appena uscita dalla scuola, è stata una grande esperienza di vita. Non avevo di certo un occhio di favore perché ero la figlia di Bellugi, anzi: dovevo faticare il doppio per fare le cose. Papà era molto esigente, ha sempre preteso il massimo dalla sua "leoncina".

Giada, ha poi intrapreso una strada diversa dal percorso di studi?
Sì, anche se studiare le lingue straniere mi è sempre piaciuto. Mi sono però innamorata della danza e della zumba. Sono stata fortunata, mi sono buttata nella mischia e ho cambiato tutto: lavoro come insegnante di zumba e danza. Come papà, ho trasformato il mio hobby preferito in lavoro... Meglio di così!

Cosa pensi di aver ereditato da papà?
Faccio subito una premessa: papà lo sento molto vicino. Sicuramente sono positiva come lui. E altruista. Credo del valore dell’ amicizia, nella lealtà e nell'onestà. Da papà ho ereditato la gioia di vivere e di non stare mai ferma. Lui non si abbatteva mai: anche con le gambe amputate, già pensava alle protesi e a una macchina speciale. Era un curioso come me, veniva attratto da tutte le novità tecnologiche. Senza leggere il libretto delle istruzioni ci arrivava a far funzionare ogni apparecchio. Su questo devo dire che ci assomigliamo molto. Aveva una grande intelligenza emotiva ed empatia. Chissà se anche in questo assomiglio a lui...

A quanto ci risulta sì, Giada: gli amici di suo padre dicono che nel carattere siete due gocce d’acqua e avete anche lo stesso modo di comunicare.
Questo mi crea un orgoglio immenso. 

Forse papà e mamma furono lungimiranti nel darle il nome Giada...
La giada è una pietra dura, calda al tatto, che veniva usata in antichità per oggetti di pregio. E per i miei nonni paterni, che erano gioiellieri, è stata una immensa soddisfazione...

È vero che suo padre aveva grande attenzione verso i più deboli?
Sì. Il suo impegno nel sociale, organizzando questi eventi sportivi, andava proprio in questa direzione. Era fiero della scuola calcio a Stintino, in Sardegna, che coinvolgeva tanti ragazzini. Quando giocava era il portavoce dei calciatori presso il presidente per i premi partiti e ingaggi. A quei tempi non esistevano i procuratori...

Che legami avete con Varese e, in generale, il nostro territorio?
Da ragazzina siamo venuti a trovare dei parenti e avevamo amici anche a Busto Arsizio. Soprattutto, papà aveva un fortissimo legame con Pietro Anastasi. E aveva anche un amico che ha giocato nel Lugano ed è stato uno stimato dirigente del Varese, Silvio Papini: avevano fatto il militare assieme a Bologna (nella galleria fotografica, la foto che Papini conserva, con piacere, ancora oggi, ndr), anzi erano vicino di letto e uscivano insieme in libera uscita con Oscar Damiani per i portici di Bologna.

Perché suo padre ha scritto il libro "Tutto d'un pezzo - la mia partita sino alla fine" curato da Andrea Mercurio?
Aveva iniziato dal letto dell’ospedale a scrivere e registrare ricordi, emozioni, storie legate sia alla sua vita che alla tremenda esperienza dell’ospedale dove, come tutti, era isolato e poteva interagire solo tramite video. Il libro mette in evidenza gli aspetti di una straziante malattia... alla faccia dei negazionisti. Il compagno di camera di papà è rimasto intubato più di un mese ed aveva appena 40 anni. Ben venga il vaccino, ma questa è un'infezione terribile: porta via i tuoi cari e non li vedi più. Se la storia di mio padre può servire ben venga. Poi nel libro ha anche raccontato curiosi episodi di vita, come a Napoli quando hanno sospeso il cinema per offrire un caffè sia a papà che al suo amico calciatore Agostinelli.

Dove ha imparato questo suo stile particolare di comunicazione televisiva  che... buca lo schermo?
Grazie del complimento. Sono autodidatta. Papà mi ha insegnato ad essere me stessa e a parlare con le emozioni e con sguardi che, a suo dire, sono lo specchio della mia anima. Poi una grande scuola sono state le trasmissioni con lui a Sette Gold.

Il calcio attuale le piace?
Come papà sono una romantica, mi innamoro della maglia. Sono una tifosa interista e saluto tutti gli amici che mi sono stati vicino nei momenti difficili, i tifosi nerazzurri e tutti i calciatori amici di papà. L’Inter ha vinto lo Scudetto e molti tifosi hanno dedicato questo evento a mio papà: mi piace pensare, come tanti tifosi nerazzurri, che da lassù abbiamo dato una spinta per il titolo. Che posso dire del calcio di oggi? I tempi sono cambiati. Per esempio, i campioni sono difficili da avvicinare. Ricordo la disponibilità di papà nel firmare autografi anche quando aveva smesso di giocare. Parlava con tutti e per tutti aveva un sorriso. E poi con i ragazzi aveva una dote particolare: riusciva subito farsi accettare e stabilire un contato confidenziale.

Un rimpianto?
Di averlo perso ancora in forma e pieno di vita per una infezione da Covid. Avevamo programmato tante cose insieme. Perché papà dentro si sentiva ancora un ragazzino pieno di gioia, di speranza, di sogni e di gioia di vivere.

Dove immagina che sia papà?
Nel paradiso dei campioni. Sicuramente continuerà a parlare di calcio, e farà la gara con i suoi amici Mariolino Corso e Tarcisio Burgnich a chi palleggia meglio. Proprio come una volta, quando lungo la spiaggia di Stintino erano i protagonisti di grandi sfide insieme...

Claudio Ferretti - Varese Noi

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