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Cronaca | 23 gennaio 2023, 16:39

Stupro sul treno, parla uno dei due imputati: «Sono in carcere per un reato che non ho commesso»

Il 22enne detenuto per i fatti avvenuti sul treno Milano-Varese il 3 dicembre 2021 ha detto ai giudici di essersi inventato tutto. La psicologa: «Ha un ritardo mentale, può mentire d’impulso»

Stupro sul treno, parla uno dei due imputati: «Sono in carcere per un reato che non ho commesso»

«Sono detenuto da un anno per un reato che non ho commesso. Facevo un uso massiccio di droga all’epoca dei fatti, oggi mi sono disintossicato ma mi sento ancora troppo fragile per rispondere alle vostre domande. Rischierei di confondermi come ho fatto in caserma».

Anthony Gregory Fusi Mantegazza, il 22enne di Tradate in carcere con l’accusa di aver partecipato alle violenze sessuali del 3 dicembre 2021 (una consumata sul treno Varese-Milano e una tentata nella sala d’attesa della stazione di Venegono, entrambe ai danni di due ragazze 23enni) ci ha messo una manciata di minuti, questa mattina, a leggere il suo memoriale davanti ai giudici del Tribunale di Varese, dove è in corso il processo a suo carico, e a carico di Elayar Hamza, marocchino di 27 anni.

La causa di tutti i suoi guai, secondo Fusi stesso, sarebbe da attribuire al forte stato di pressione provato nei momenti in cui, davanti al pubblico ministero, dove era stato condotto dopo gli identikit forniti dalle due vittime delle aggressioni, gli fu chiesto di specificare quanto accaduto.

Ma c’è di più, a sostegno della tesi del ragazzo, che per l’accusa è la persona che avrebbe assistito lo stupratore, suo amico, immobilizzando la prima vittima sul treno, e tenendo d’occhio la situazione, nel secondo episodio, su una porta della sala d’attesa della stazione di Venegono inferiore, dove però la ragazza riuscì a liberarsi e a fuggire verso un’altra uscita.

«Mi sono inventato di essere stato presente, ma non ero su quel treno. Ho visto le immagini delle telecamere delle stazioni ferroviarie – ha aggiunto Fusi durante le sue dichiarazioni spontanee ai giudici – e ho riconosciuto la persona che voi associate a me». Si tratterebbe, secondo la versione di Fusi, di un amico del coimputato, che nell’inverno del 2021 frequentava la casa del tradatese. Per la difesa del 22enne è lui l’uomo col colbacco e la bicicletta immortalato dalle telecamere, e non Fusi, che il pomeriggio del 3 dicembre 2021 passò con una giacca arancione addosso sotto gli occhi elettronici puntati sulla stazione di Tradate. Una giacca differente da quella scura indossata dal soggetto indicato da Fusi ai giudici – facendo nome e cognome – il quale ha una corporatura diversa da quella del detenuto.

Eppure fu proprio Fusi ad ammettere davanti al pm di essere stato presente sul treno, teatro dello stupro. E la vittima in aula lo ha riconosciuto, mostrandosi invece incerta sul riconoscimento del 27enne nord africano (la ragazza che fuggì dall’aggressione sessuale in stazione ha negato il riconoscimento di entrambi). Perché dichiarare il falso, prendendosi la colpa per un fatto così grave?

«Fusi ha una funzionalità cognitiva diversa dalla norma – ha spiegato in aula, come consulente della difesa rappresentata dall’avvocato Monica Andreetti, una psicologa, che in carcere ha incontrato il ragazzo per tre volte – Un ritardo mentale che gli crea grosse difficoltà a livello comunicativo. In situazioni di forte stress tende a dipendere da chi si trova davanti e può arrivare a mentire ma in modo impulsivo, non intenzionale». Ciò avrebbe inciso direttamente sulla sua confessione: una bugia – secondo la difesa – detta nel tentativo di sottrarsi ad una situazione per lui insostenibile, dicendo all’interlocutore, cioè il pm, quello che voleva sentirsi dire. Senza valutare le conseguenze.

Il pubblico ministero, in udienza, ha deciso di produrre ai giudici il verbale di quell’interrogatorio, che risale a due giorni dopo lo stupro, chiedendo inoltre una perizia sulla localizzazione del cellulare dell’imputato 27enne, uguale a quella eseguita da un consulente nominato dalla difesa di Fusi (e basata su gps, reti wifi e celle telefoniche agganciate) secondo i cui esiti il ragazzo si sarebbe trovato in un locale di Tradate, e non sul treno, al momento dei fatti. Alla richiesta si è opposto l’avvocato Fabio Bascialla, difensore di Elayar Hamza, inquadrandola come “atto esplorativo” che «avrebbe dovuto essere svolto in sede di indagini». Ma sarà il collegio a decidere se procedere o meno con le verifiche.

da LuinoNotizie.it

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